Aeternitas Romae – Editoriale de “La Cittadella”

Sandro Consolato, su “La Cittadella”, anno I, nuova serie, numero 02, MMDCCLIV a.U.c., aprile – giugno 2001 e.v.

Nel libro Il cammino della Tradizione (1995) del cattolico Pino Tosca, a proposito del Gruppo dei Dioscuri, storicamente noto per il suo tentativo di ricentrare l’attenzione dell’ambiente tradizionalista italiano sull‘aeternitas Romae. si legge:”Questi gruppo si perderà dietro la riesumazione del mito della Città Eterna e cercando iniziazioni impossibili”. Così viene liquidato il tema del tradizionalismo romano nel secondo dopoguerra da un autore che pretende di raccontare la storia di tutto il tradizionalismo italiano, ma riesce solo a riconfermare l’opinione, espressa da Julius Evola nella Conclusione di Rivolta contro il mondo moderno, secondo cui “chi crede oggi di essere un uomo della Tradizione” per rifarsi al semplice cattolicesimo, si ferma invero a metà strada”.

Evola, affrontando in quella stessa Conclusione il tema del tramonto dell’Occidente, fa una affermazione di straordinaria importanza, ma sulla quale non ricordiamo di aver letto mai alcun commento significativo. Nel riferirsi brevemente alla “tradizione in senso aristocratico e segreto, come deposito custodito da pochi, da una élite dietro le quinte della storia”, il nostro autore scrive con intangibile sicurezza: “In questo senso sotterraneo, la Tradizione è sempre esistita, esiste anche oggi e non certo per una qualsiasi contingenza dei destini degli uomini essa andrà perduta”.

E’ solo un cenno, e passa quasi inosservato perchè posto in una cornice dagli accenti fortemente pessimistici, tanto che subito dopo si può leggere “Ma la presenza di una tradizione presa in tal senso, non ha impedito il tramonto della civiltà occidentale”. torneremo su quest’ultima affermazione, ma riandando alla precedente è d’obbligo chiedersi di chi e di che cosa sta parlando Evola?

Attenzione, il suo discorso non riguarda l’intero pianeta, e quindi non è un “centro” come l’Agartha guenoniana che egli si riferisce. Non riguarda neanche l’Oriente, e pertanto non sta alludendo ai “centri” di qualsivogli tradizione iniziatica asiatica, dal Taoismo al Sufismo. No, Evola sta parlando esplicitamente ed esclusivamente del solo Occidente. E’ dunque certo che parla di una tradizione iniziatica occidentale, di cui dice, sorprendentemente “esiste anche oggi” (e noi citiamo l’edizione del 1969).

Ora è altrettanto certo che non si riferisce a nessun centro iniziatico cristiano, giacchè in Rivolta è ribadito, forse anche errando, che “una tradizione propriamente iniziatica […] il cristianesimo non mai ha posseduto. Non meno certo è che non sta pensando a tradizioni pagane nordiche, celtiche, o germaniche che siano: pur nella convinzione che l’esoterismo occidentale contenesse “vene di remota origine nordica”, Evola non avallò mai l’idea che le suddette forme pagane avessero avuto, presso i rispettivi popoli, moderne sopravvivenze diverse da quelle della tradizione popolare.

Allora non vi sono che due possibili identificazioni della sua “tradizione in senso aristocratico e segreto”, La prima è inequivocabile. La fornisce Evola stesso sotto lo pseudonimo Ea, nel volume primo di Introduzione alla Magia, allorchè scrive: “Che la tradizione della regalità iniziatica si sia spenta già da lungo tempo per quel che riguarda adepti che siano anche capi visibili di popoli e Stati, ciò significa poco: la tradizione segreta della regalità iniziatica sussiste ed ha sussistito, nel suo giusto luogo”.

E’ la tradizione dell’ermetismo pagano, per la quale Evola chiama a testimonianza l’italiano Cesare della Riviera, nel cui libro  seicentesco Il mondo magico degli Heori, gli iniziati sono detti “i discepoli regali dell’alto Giove. Ma accanto a questa vi è un’altra possibilità d’identificazione del “deposito” custodito da pochi” di una tradizione occidentale: possibilità che nn esclude ma integra l’altra.

Sulla tradizione occidentale era il titolo di uno straordinario scritto di Arturo Reghini, apparso su << Ur >> (1928) firmato con lo pseudonimo Pietro Negri: qui si sosteneva senza indugi l’esistenza di una “sapienza iniziatica romana” di cui un’élite di iniziati pagani italiani aveva assicurato fino ai nostri tempi “la continuità della tradizione, mantenendo puro ed integro il deposito della scienza sacra, piena e cosciente la sua comprensione, vivo seppur segreto il centro. La “favola” latina di Saturno occultatosi nel Lazio aveva per Reghini il senso che “la tradizione della Sapienza romana deriva da quella primordiale dell’età aurea, ed esiste occultamente nel Lazio”. E’ noto che Evola si discostò non poco da Reghini dopo la rottura del 1929 che separò la sorte dei due esoteristi, ma era stato pur Evola che in Imperialismo Pagano (1928) aveva scritto “La tradizione dei Misteri, travolta sul piano più esteriore, si ritrasse in una sfera più sottile, trasmettendosi di fiamma in fiamma, di iniziato in iniziato, in una catena ininterrotta seppur segreta”. E molti anni dopo, nel 1971, ne l’Arco e la Clava, potrà ancora affermare: “Se si è parlato di una aeternitas Romae, ciò non è dunque retorica; devesi pensare, qui, a quel che essendo originario ha una perenne giovinezzae, in sè, è virtualmente superiore alla condizione temporale, alla “storia”. Con un silente ricordo del saggio di Reghini, nello stesso luogo, riferendosi al mito di Saturno in sonno nel Mare artico, non mancava di aggiungere che il Dio dell’età del Lazio “secondo un’altra tradizione e un altro mitologhema, risiederebbe anche nel Lazio, nella terra di Roma”.

Evola, pur non facendo parte, se non in un prolungamento quasi esteriore e per una frazione in fondo breve della sua vita, seppe dell’una (l’ermetico-pagana) e dell’altra (la romano-pagana) élite segreta dell’Occidente. E ne diede testimonianza. Questo è quanto ci premeva dire. Che poi egli ritenesse che tali élite nulla più potessero fare per arrestare il declino dell’Occidente lo abbiamo anche trascritto più sopra. “Se non c’è ambiente non c’è risonanza: se mancano le condizioni interne ed esterne a che tutte le attività umane possano riacquistare un senso, a che tutti possano chiedere tutto alla vita e, col portarla all’altezza di un rito e di un’offerta, possano orientarla intorno ad un unico asse non soltanto umano, ogni sforzo è vano, non v’è seme che possa dar frutto, l’azione di una élite resta paralizzata.

In realtà in Evola c’era un mancato sviluppo in senso propriamente romano della dottrina dei cicli e, sopratutto, del fato delle stirpi, così che l’affermazione della continuità segreta della più alta tradizione d’Occidente si accompagna all’idea quasi inesorabile di una sua paralisi, idea che potrebbe avere in Evola come sorgente l’esperienza mal conclusasi del Gruppo di Ur, a proposito della quale nel Cammino del Cinabroconfesserà: “Vi era però anche un fine più ambizioso (rispetto a quello della realizzazione individuale – n.d.r.) cioè l’idea che su quella specie di corpo psichico che si voleva creare potesse innestarsi, per evocazione, una vera influenza dall’alto. In tal caso non sarebbe stata esclusa la possibilità di esercitare, da dietro le quinte, un’azione perfino sulle forze predominanti nell’ambiente generale di allora. Quanto alla direzione di tale azione, i punti principali di riferimento sarebbero stati più o meno quelli di Imperialismo Pagano e degli ideali ‘romani’ di Arturo Reghini.

Ma su ciò non vogliamo aggiungere altro. Julius Evola, anziano e malato, poteva sorprendere il sufi persiano Seyyed Hossein Nasr, recatosi a visitarlo, dicendogli di credere ancora alla speciale dignità spirituale degli italiani quali eredi di Roma. E tutto il nostro discorso ha in fondo un solo fine: invitare chi ci legge a rifuggire da ogni pessimismo riguardo alla verità dell’aeternitas Romae, affinché ognuno contribuisca secondo le proprie forze e negli ambiti a lui più congenialial compito immane di ricostruire in Italia e in Europa quell’”ambiente” in cui altre forze possano aver risonanza. già in questo numero de “La Cittadella”, sfatando diverse fisime create da personalità e centri legati a tradizioni nate fuori dalla Saturnia Tellus, si offrono a chi lo legga integralmente e con la dovuta attenzione molte indicazioni per operare nel senso auspicato.

 

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