Dell’offerta: considerazioni sulla sacralità del dono

L’offerta è forse l’atto più antico e puro che, come ogni popolo della terra gli indoeuropei hanno rivolto alle forze che vivevano in loro ed intorno a loro.
A queste forze ogni uomo ha sempre offerto la cosa più preziosa di cui era in possesso; sempre ed in ogni situazione, in pace ed in guerra, ogni uomo ha dedicato la propria vita alla loro cura.
Il primo dono fatto dagli uomini agli Dei è stato il nominare. Il Numen sacro, la forza potente che abitava nell’uomo si è espressa in un nomen legando per sempre visibile ed invisibile in un patto di vicinanza. Nel Silenzio il suono di un nome è un dono che chiama a sé una forza e la custodisce serbandone il mistero: Gli Dei si allontanano solo quando l’uomo smette di nominarli, dimenticando la forza nascosta nelle parole sacre; soltanto allora il legame è rotto e la reciproca offerta non avviene più.

In alcuni casi l’offerta assume la forma sacrale del dedicare se stessi. Dedicare se stessi è votarsi a qualcosa o qualcuno al di là delle possibili conseguenze derivanti da quest’atto originario ed assoluto. Me voto: una premessa pronunciata dal guerriero della legione romana, dal futuro sacerdote, dalla donna. In ogni caso significa considerare la propria vita individuale ed empirica infinitamente più piccola ed insignificante rispetto alla patria, al sacro, al proprio uomo o alla famiglia. Vuol dire prendersi cura di un fuoco che occupa il centro di uno spazio sacro che coincide con la totalità del proprio essere.

Oggi l’idea di una scelta di questo tipo è raramente presente nella coscienza degli uomini, ma può essere risvegliata. Tanto è vero che le più diverse realtà associative (esercito, partiti, gruppi ecologici oltranzisti, aziende) fanno leva proprio sulla tendenza e capacità dei migliori a concentrare tutte le proprie energie verso un obbiettivo, dedicandovisi totalmente e trascendendo così i limiti angusti della propria individualità. Nel mondo moderno, organismi del genere innescano volontariamente questi meccanismi e li sfruttano per i propri interessi alimentando e stimolando, per una sorta di paradosso, impulsi egocentrici ed individualistici.

Lasciando da parte queste riflessioni, desideriamo focalizzare la nostra attenzione su significato che può assumere l’offerta come dono. Sappiamo che qualunque situazione è vissuta e giudicata a seconda della disposizione d’animo che ci caratterizza in quel momento. In altri casi formiamo le nostre convinzioni in base ad una certa forma dello spirito che difficilmente si può indicare come come acquisita dall’ambiente oppure innata. Così, per semplificare, ci sono due modi di vivere e (quindi) di intendere un’offerta: il modo di chi offre in vista di un valore di ritorno e il modo di chi offre senza alcuna condizione o desiderio di contraccambio. Che ci sia scambio o meno, comunque si realizza una magia che si colora di diverse sfumature a seconda dell’animo con cui ci si volge all’offerta.

I sacerdoti offrono agli Dei, le prostitute si offrono al popolo, i ricchi offrono ai mendicanti, le donne si offrono al proprio uomo; i padroni di casa offrono agli ospiti, i mercanti agli acquirenti, gli amici agli amici offrono i loro cuore, i guerrieri la propria vita alla patria. Quando l’offerta può divenire offerta incondizionata? Quando cioè l’offerta può dirsi libera, sciolta da elementi che ne condizionino l’esistenza e legata alla volontà pura? È ancora possibile anche solo pensare di realizzare la libertà di un dono sciolto dalla demònia della ricompensa? Possibile che lo “spirito del lavoro”, con i suoi stipendi statali o privati abbia invaso tutto? Noi pensiamo che i giochi siano ancora aperti e che purtroppo vivere nel mondo della materia rende tutto molto più confuso. Troppo spesso la presunzione con la quale si affronta la vita odierna ci rende ciechi ed aperti ad ogni influenza. Viene allora a mancare la speranza che dimensioni superiori esistono e si dimentica che esistano dentro di noi, tanto vicine quanto difficili da svelare.

L’offerta è lo specchio della libertà. Offrire è un atto arcaico nella forma e nel significato: l’offerta era fata al mondo invisibile delle divinità con quel misto di semplicità e solennità con il quale oggi offriamo un caffè ad un ospite caro e consueto. A Roma era talmente abituale la presenza di divinità che ogni giorno almeno una parte del popolo preparava un banchetto per ospitarle. La radice indoeuropea della parola “offerta sacrificale” è infatti DAPNO, che in italiano è presente con la voce “dape”, lauto cibo. Curiosamente anche il termine “danno” deriva dalla stessa radice; si conservò con significati divergenti nelle aree germanica, greca ed armena indicando “la valutazione rituale e non ancora economica di un compenso o di una penitenza”.

Probabilmente il significato dello stesso atto rituale costituito dal “fare il sacro”, compiere un’offerta e un sacrificio, era determinato da due diverse condizioni spirituali con le quali poteva essere svolto. In seguito ad una “colpa” offrire poteva essere una riparazioni che avrebbe comportato una perdita; in seguito ad un “merito” offrire poteva diventare un onore concesso in forma particolare, e quindi un compenso. Tuttavia se questa è solo una nostra ipotesi, una cosa è certa: è dannata l’anima di colui che offre con animo impuro. Anche se ogni contatto stabilito dall’uomo con le forze del mondo invisibile, attraverso offerte di vario genere e forma , ha come sua conseguenza, il chiamarle in aiuto e, quasi, costringerle all’aiuto, incanalando in una certa direzione la loro potenza, questa azione per essere pura, e quindi efficace, deve essere libera.

Libera non solo da preoccupazioni e desideri attinenti al mondo esterno al confine tracciato dal Rito, ma anche libera dal desiderio di ottenere da questo un risultato, un frutto. In ogni tradizione un’azione rituale aderente a questo principio è un’azione pura che può dirsi libera perché persegue il fine unico dell’elevazione spirituale. Nel caso in cui il rito sia compiuto con l’animo oscurato da un qualunque desiderio, lo spirito è infangato, il rito inefficace e pericoloso. Basti pensare a quale differenza ci sia, finanche nella vita quotidiana, tra il donare un oggetto, prezioso o sciocco, liberi dall’idea del contraccambio, e l’”andare a comprare” qualcosa con la segreta speranza di vedersela restituita sotto diverse spoglie.

Se l’offerta libera è l’offerta pura perché non macchiata da un qualche desiderio o dalla speranza, possiamo vedere dove vi è il “bene” e dove vi è il “male”. Nessuna delle situazioni elencate in precedenza è male, però è necessario indicare delle differenze e stabilire una gerarchia di valori per impedire la confusione, ormai comune nel mondo della quantità e della materia. Infatti, non possiamo dire che l’offerta, legittima e necessaria, che il mercante fa delle mercanzie abbia lo stesso valore dell’offerta che il guerriero fa della propria vita. Noi vogliamo assumere il significato che ha la purezza in ambito sacrale quale indicazione che ci orienti riguardo alla via da imboccare, affinché si possa fare della nostra vita una Rito.

Mercanti e prostitute chiedono denaro in cambio della loro offerta; i ricchi generalmente chiedono riconoscenza per l’offerta ai mendichi. Ma la realtà non si esaurisce in queste sfere umane e sociali. Ci sono altre possibilità che non sono meno reali per il fatto di essere rare e preziose. Fino a poco tempo fa nelle campagne della penisola era obbligo offrire ospitalità al viaggiatore che chiedeva asilo. Forse questa usanza è il retaggio di quei tempi nei quali gli dei viaggiavano, prendendo sembianza di viandanti o pastori e godendo del contatto con i loro fratelli mortali. Certamente parte della sacralità dell’ospite risiede nel suo essere offerta della casa, del fuoco e del cibo ad un uomo di origini ignote, e perciò nel suo essere offerta slegata da qualunque condizione di gradevolezza – per così dire – dell’ospite. Tanto meno l’ospitare un viaggiatore può essere una scelta legata alla speranza che proprio quell’uomo si sdebiterà con il padrone di casa.

Nelle favole la prova cruciale per l’eroe durante il viaggio periglioso è proprio l’incontro (generalmente ad un incrocio) di una vecchia o di un mendicante in cerca di aiuto. L’eroe positivo, pur rischiano di ritardare il raggiungimento dello scopo fissato, aiuta e conforta il bisognoso e riceve in cambio un oggetto fatato che gli sarà indispensabile. Anche l’eroe negativo compie l’identica azione ed accorre in aiuto del mendico ma con la sola intenzione di ottenere la magia: in tal modo si espone alla maledizione quando non alla morte.

Un amico ama un amico al di là degli errori, al di là dei problemi o dei dispiaceri che gli dà, al di là del fatto stesso di essere ricambiato. Un guerriero, il legionario o il milite ignoto, combatte e muore per difendere il suolo patrio senza ambizioni di gloria, senza ansia di essere ricordato se non dall’affetto dei suoi cari, senza riserve dettate dalla paura. Una donna ama e si offre ad un uomo senza porre condizioni, materiali o sentimentali, senza speranza di ottenere alcunché.

Ognuna di queste offerte è libera, simile alla sua essenza, all’offerta sacra, al dono sacro che arde nel Rito. Sono precipitazioni materiali, espressioni quotidiane della dimensione sacra, del divino. Sono strade che, percorse, aiutano a destare il ricordo della divinità immortale di cui l’Uomo è maschera.

Un pensiero riguardo “Dell’offerta: considerazioni sulla sacralità del dono

  • febbraio 4, 2021 in 8:58 am
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    Bellissimo, è difficile praticare un offerta con un distacco completo, però gli eroi lo possono fare.

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