Il dono delle aquile

E’ notizia di questi giorni come una coppia di aquile reali abbia dato alla luce, sulle montagne circostanti Amatrice, due pulcini di aquilotto. Notizia che sembra tanto più fausta dopo i terribili avenimenti della scorsa estate , in quanto, tra tutte le diverse specie di aquila, quella reale, è tra le più rare e meno diffuse sulla penisola. Eppure il legame tra la terra italica e il nobile rapace ha origine antichissima, quasi ancestrale, di talché vi son ben pochi dubbi che l’aquila, abbia rappresentato, a ogni livello, da quello più propriamente sacro a quello politico-militare, il simbolo stesso di Roma.

Col tempo, a tal punto il processo di identificazione e legame tra civiltà romana e le aquile divenne forte, che nella letteratura e storiografia dell ‘epoca le si definì, Latiae volucres (gli uccelli latini) o aquilae romanae (le aquile di Roma): quasi a sottolineare come la loro appartenenza esclusiva all’Urbe fosse un dato di fatto ormai noto a tutti .(1) Straordinario animale davvero, se esso era circondato da credenze quasi magiche, come quelle concernenti le proprietà curative del cervello (o della bile) dell’uccello, misto a miele d’Attica per la guarigione dell’opacità della vista o per la rimozione della cataratta .(2) Mito probabilmente derivato dalla straordinaria acutezza della loro vista, ma che sembra anche potersi ricollegare a una simbologia solare propria all’animale e ai suoi occhi: secondo una notizia di Plinio, l’aquila di mare codabianca europea (l’haliaetus, da non confondersi con l’Aquila di mare americana, dalla caratteristica testa chiara), sottoporrebbero i propri aquilotti ad una sorta di prova “iniziatica”, obbligandoli a guardare i raggi del sole. Coloro che distoglievano lo sguardo, venivano precipitati dal nido come “bastardi e degeneri” .(3) Del resto, proprio per la sua eccezionale vista, l’uccello sarebbe così denominato: origine però giudicata dai filologi, oggidì, falsa.(4)

In realtà, derivazione ed etimologia del lat. aquila, rimangono un mistero (5): secondo un lemma di Festo, il vocabolo deriverebbe dal modo di volare particolarmente facile e veloce per l’angolazione (acute volando), mentre il vento “aquilone” (l’aquilo romano, che proveniva, forse non a caso, da nord) prenderebbe il nome dalla grande forza con cui soffia, paragonabile alla potenza del librarsi in aria dell’aquila (6). Ma certamente, come già sottolineava Julius Evola, il simbolismo di maggior rilevanza nel mondo romano (così come nella tradizione ellenica arcaica) è rappresentato dall’associazione tra la folgore (fulmen, fulgur) e l’aquila (7). Del resto questa primigenia alleanza, sembra rilevare anche sul piano linguistico: l’aggettivo lat. fulvus, caratterizzante il colore dell’aquila (specie quella reale, sì da divenire sinonimo del rapace stesso in letteratura) (8) e indicante una sfumatura dorato-rossastra, deriverebbe proprio dal termine fulmen (fulmine, lampo), innestandosi su una medesima radice *-ful . (9) Tradizione che fu recepita nella letteratura d’epoca, sino a qualificare il nobile e fiero uccello, quale Iovis armiger, ossia l’armigero, il portatore dell’arma di Juppiter Optimus Maximus: la folgore, ch’egli scagliò senza pietà sulla schiatta dei Titani (o dei Giganti scatenati, secondo una diversa tradizione) facendo trionfare il mondo celeste-uranico sulle forze ctonie.(10)

L’associazione è poi particolarmente evidente nel cerimoniale del trionfo romano, allorquando come riferisce il Servio auctus nel commento all’Eneide, l’aquila e la pianta dell’alloro (laurus) venivano “legati” sulla persona del triumphator, perché entrambi non potevano essere colpiti dalle folgori di Giove, per sottolineare la trasmutazione del condottiero romano e la sua protezione celeste ;(11) sì che nota era l’abitudine dell’imperatore Tiberio di indossare una corona di lauro allorquando scoppiasse una tempesta di fulmini e tuoni . (12) Laddove poi il significato della comparsa di un’aquila era inequivoco, rappresentando la volontà di Juppiter stesso, quale unico e supremo Dio dispensatore degli auspici (i segni, come uccelli o altri animali ovvero fenomeni metereologici, che dovevano essere osservati dai magistrati romani o dal collegio sacerdotale per scrutarne il volere prima di intraprendere ogni azione pubblica) (13) era proprio nel campo del diritto augurale. Un precetto insegnava come l’aquila comparsa dopo un opposto auspicio fornito da un picus (il picchio) o dalla misteriosa parra (forse un piccolo avvoltoio o l’upupa), prevalesse sempre (14); v’era dunque una gerarchia ben precisa tra le diverse specie di aves. E il rapace, alata nuntia Iovis, era posto al vertice, proprio in quanto considerato il fidato messaggero di Giove par excellence: esso solo, era in grado di raggiungere con il suo volo le regioni eteree (aetheria plaga), là dove dimorava il sommo sovrano degli Dèi (15).

Per tal via fu ovvio e naturale che l’aquila divenisse ben presto il simbolo delle legioni latine: Juppiter è garante delle fortune militari romane per mezzo degli auspici e il suo nunzio stabiliva l’aiuto e appoggio del Padre Invitto alle armi dell’Urbe, giorno per giorno. Così nel 104 a.C., Gaio Mario decise di riordinare la materia dei signa (insegne) militari, recependo peraltro un costume già da lungo tempo osservato tra i legionnari: “G.Mario durante il suo secondo consolato assegnò in modo esclusivo l’aquila alle legioni romane. In precedenza essa era posta alla testa delle truppe insieme ad altri quattro animali: il lupo, il minotauro, il cavallo e il cinghiale precedevano le singole fila. Dopo qualche anno, si era cominciato a portare in battaglia solo l’aquila; le altre venivano lasciate nell’accampamento; Mario le soppresse del tutto. Da quel momento si è notato che quasi mai le legioni prendevano quartiere d’inverno in luoghi ove non si trovasse una coppia d’aquile” (16). Sebbene il brano di Plinio paia suggerire come all’interno delle legioni, l’uso di signa che presentassero immagini diverse da quella dell’avis in tutela Iovis, fosse stato completamente abolito dalla riforma mariana, in realtà essa si limitò a stabilire che il signum legionis, cioè l’insegna comune di ogni legione, il simbolo suo stesso, divenisse l’aquila.

E tale rimase sino all’epoca buia della decandenza cristiana, allorquando anonimi dracones finirono con il soppiantare la forza simbolica dell’imperium gioviano.

La scelta di Mario non può dirsi casuale. Secondo una tradizione ampiamente diffusa all’epoca, la fanciullezza del grande condottiero romano fu accompagnata da eventi piuttosto eccezionali, come la caduta nelle sue braccia di un nido contenente sette aquilotti: dal loro numero straordinario (di consueto, come noto all’antichità stessa, le aquile non procreano più di una o due uova), gli indovini (senza dubbio haruspices, probabilmente privati) trassero una profezia su quanti consolati avrebbe ricoperto nella sua vita quell’adolescente (17); profezia che divenne così conosciuta, da indurre una gruppo di oppositori che stava architettando una congiura contro Mario, allora console per la sesta volta, ad abbandonare ogni ulteriore iniziativa per timore di incorrere in qualche sorta di punizione divina. Un topos piuttosto comune nella letteratura di epoca imperiale: un’aquila, similmente, si poserà docilmente sulla spalla destra di Claudio, futuro imperatore, in occasione del suo primo consolato, mentr’egli si trovava a passeggiare nel Foro, rammentando a tutti lo speciale legame che era intercorso molto tempo prima tra il nobile rapace e Cesare Ottaviano ancor giovane, allorquando il volatile si era avvicinato al ragazzo per rubargli del pane dalla mano, per poi salire in cielo e altrettanto rapidamente discenderne per restituirglielo con dolcezza, quasi a simboleggiare che il nutrimento era donato da Giove Ottimo Massimo (18).

Ecco dunque che l’aquila, in carne e ossa, diviene anche simbolo di buon presagio generico per chi vi si imbatta e dispensatore della felicitas imperatoria: del resto otto aquile – in numero, del resto, pari a quello di cui si componeva l’armata romana impegnata nella campagna nella provincia della Germania condotta da Germanico contro i Cherusci guidati da Arminio, dopo il 14 d.C. – apparvero alle legioni all’improvviso, per poi sparire su un’altura boscosa ove erano asserragliate le barbare orde teutoniche. Il comportamento delle romanae aves fu subito interpretato come un pulcherrimum augurium (il più fausto e splendido degli auguri) da Germanico che incitò i suoi uomini a seguire le forze divine protettrici delle legioni (propria legionum numina): al che cavalieri e fanti si lanciarono all’assalto senza esitazione alcuna . (19)) Roma trionfava, ancora una volta. L’Italia intera, non solo le zone devastate dai terremoti del 2016, ha bisogno di simboli e segni sotto cui riunirsi per rinascere, allo stesso modo dei legionari che combattendo si radunavano sub signis nei momenti di grave difficoltà, per poi vincere il nemico. Se la nascita degli aquilotti ad Amatrice ha un significato, non dobbiamo mancare di comprenderlo. Ora. Sin da subito.

Stefano Bianchi.

(1)LUC. 6 , 129; TAC,. Ann. 2,17,2.

(2) PLIN. N .H. 29, 118 e 123; AEL. De nat. an. 1,42.

(3) PLIN. N.H. 10,165 aquilae clarius cernunt. per la prova cui sarebbero sottoposti i pulcini d’aquila di mare, ibi. 10,9.

(4) ISID. Etym. 12, 7,10: aquila ab acumine oculorum vocata.

(5)A.Ernout & A.Meillet, Dictionnaire étymologique de la langue latine, Paris, 1977, p.42, non si esprime.

(6) FEST. p. 20 ed. Lindsay s.v. Aquilo

(7) C fr. J.Evola, Il simbolismo dell’aquila, in “Simboli della Tradizione Occidentale”, Genova, 1977.

(8) CIC. De leg. 1,2: nuntia fulvia Iovis.

(9)A. Burger, Deux adjectifs en –uos, in “Revue des Études Latines”, 8, 1930, p.229.

(10)L’origine di tale tradizione, centrale per comprendere l’associazione tra Giove e l’aquila nella Tradizione romana, è assai complicata e prescinde gli scopi di questo breve scritto. Di essa, daremo ampiamente conto nella nostra opera sul simbolismo augurale, la cui uscita dovrebbe avvenire entro il 2017.

(11) SERV. AUCT. ad Aen. 1,394. Si veda anche G. Guillaume-Coirier, Arbres et herbe. Croyances et usages rattachés aux origines de Rome, in “Mélanges de l’Ecole française de Rome. Antiquité”, 104, 1992, pp. 339-371.

(12) SVET. Tib. 69.

(13) Per un complessivo inquadramento del diritto augurale, ci permettiamo di rinviare al nostro breve scritto introduttivo, Note sui segni augurali romani in “Arthos” N.S., 5, 1999, pp. 159-178. (14) SERV. AUCT. ad Aen 3,374: auspicia maiora, aut maioribus dicuntur, quibus augurium avium aliarumque rerum eripitur, ut puta, si parra vel picus auspicium dederit, et deinde contrarium aquila dederit, auspicium aquilae praevalet. ergo quia notum est esse apud augures auspiciorum gradus plures, et augur loquitur auguriorum perito, ideo ‘maioribus auspiciis’ dixit;.

(15) Si vedano le fonti raccolte in letteratura da A.Sauvage, Étude des thèmes animaliers dans la poésie latine. Le cheval- les oiseaux, Bruxelles, 1975, p.162.

(16) Cfr. PLIN. N.H. 10,16: romanis eam legionibus gaius marius in secundo consulatu suo proprie dicavit. erat et antea prima cum quattuor aliis: lupi, minotauri, equi aprique singulos ordines anteibant. paucis ante annis sola in aciem portari coepta erat, reliqua in castris relinquebantur; marius in totum ea abdicavit. ex eo notatum, non fere legionis umquam hiberna esse castra ubi aquilarum non sit iugum. L’adozione avvenne nel corso della prima guerra cimbrica, SALLUST. Catil. 59, 3 e si inserì nella complessiva riforma mariana dell’esercito cfr. E. Gabba, Le origini dell´esercito professionale in Roma: I proletari e la riforma di Mario, in Id. “Esercito e società nella tarda repubblica romana”, Firenze, 1973, 1-45).

(17) APP. Bell. Civ. 1, 61,3; PLUT. Mar. 36, 8; cfr.anche S. Montero Herrero, Mario, las aves y el ejército, in “Historia Antigua”, ser.II, 16, 2003, pp. 215-222.

(18) SVET. Claud. 7,1; Div.Aug. 94,7; DIO CASS. 45,2,1.

(19) TAC. Ann 2,17,2 interea pulcherrimum augurium, octo aquilae petere silvas et intrare visae imperatorem advertere. exclamat irent, sequerentur Romanas avis, propria legionum numina.

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Un pensiero riguardo “Il dono delle aquile

  • agosto 19, 2017 in 12:40 am
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    Dagli appunti, dalle note che Castaneda stende con scrupolosa precisione in quegli anni, nasceranno i libri che lo renderanno famoso in tutto il mondo e, in particolare, “Il dono dell’aquila”.

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