Il dono di una Via.

Il titolo di questo scritto è tale perché ha come tema principale la narrazione di un dono. Si tratta del Jiu Jitsu stile brasiliano inteso come arte, quello che io reputo un prezioso regalo ricevuto per la mia vita ed il mio percorso interiore. Qui voglio condividere pubblicamente le mie riflessioni su una luminosa opportunità, affinché altri possano beneficiare dei vantaggi individuali e collettivi di questa disciplina.

Nota esplicativa per chi non fosse edotto in cose marziali: il Jiu Jitsu brasiliano (spesso si trova scritto anche con la sigla inglese, BJJ) è il figlio occidentale dell’antico Ju Jutsu nipponico, ed è quindi un fratellastro del più noto Judo che parimenti dal metodo antico deriva.

A differenza della disciplina olimpica, la quale è stata profondamente demarzializzata già prima di sbarcare in occidente, il BJJ è stata tenuto “in incubatrice”, lontano dalla deriva burocratico-sportiva, presso il violento paese sudamericano e mantenuto duro ed efficace da dei ‘samurai bianchi’, la famiglia Gracie di Rio de Janeiro, che per anni l’ha custodita e diffusa sconfiggendo, in duelli senza regole, tutte le altre discipline in sanguinosi vale tudo (duelli senza quasi limiti). Il Jiu Jitsu brasiliano è uno stile di lotta corpo a corpo, dove si mira a proiettare l’avversario al suolo ed ivi finirlo con una presa dolorosa, leva articolare o strangolamento che sia.

Prima di proseguire aggiungo che mai come oggi un certo ambiente, che si definisce tradizionale, ha l’estremo bisogno di abbandonare diatribe polverose e atteggiamenti borghesi, facilmente evitabili se la propria essenza interiore beneficiasse anche della pratica marziale, fautrice di Uomini, senza la quale la formazione di chi voglia diventare e dirsi guerriero è del tutto manchevole, tronca e caduca. Senza Marte non vi è tradizione italica, sia chiaro. In tutte le correnti della Tradizione uomo è sinonimo di guerriero, Marte è un’asta da battaglia sotto le pendici del Palatino, e quindi reputo assurdo che vogliano dirsi seguaci di questa nostra antica tradizione individui deboli e senza la virile volontà di sapersi difendere con valore o eccellere nel combattimento, una ipotesi che nella vita violenta dei nostri giorni diventa sempre più frequente, pur essendo manchevole dei presupposti aristocratici e cavallereschi che la lotta dovrebbe sempre prevedere e considerare essenziali.

Arte è una parola antica, latina, che deriva dalla più profonda radice indoeuropea -AR*- la stessa di arya, cioè come i nostri progenitori usavano definire se stessi: i nobili, i luminosi. AR è un etimo che indica azione, il fare, dirigersi verso un obiettivo, la creazione di qualche cosa, il portare alla luce dell’esistenza ciò che dormiva nell’indefinito potenziale. Allo stesso tempo ha una sfumatura di mistero e di chiarezza. Ars è fare qualcosa di aryo, di luminoso e nobile, il mettere in moto quel misterioso processo di poiesis (del fare) che crea la Bellezza, la Forza e tutto quanto il resto. E’ azione nobilmente direzionata, è magia dell’inventare, è tecnica e ispirazione, è sudore e godimento, è lotta e vittoria su se stessi e sull’infinito cosmo. La nostra pseudociviltà materialista, che ha livellato tutto, che ha dimenticato il Cielo per rivolgersi unicamente al sotterraneo, all’infero, ha nei suoi schemi culturali automatici il disconoscimento di qualsiasi valore superiore, qualunque metafisica. La volontà di aggrapparsi addosso a qualunque esempio di arya ars con il solo intento di volerla trascinare nel fango.

Questa è l’epoca della volgarità e dell’ignoranza. Come una luce si accende nel pattume, ecco i volenterosi amanti del buio gettarglisi addosso per soffocarla, e ciò è inevitabile. In vero, questa caricatura di civiltà è nata appositamente per soffocare e uccidere quella a lei alternativa, non materialista e non basata sui denari, ma qui il discorso si farebbe troppo lungo. Resta lampante agli occhi di tutti che di questi tempi tutto è contabilizzato, pesato, calcolato e verificato per misurarne il valore finanziario, cioè quanto rende: l’artista capace è quello che vende tanto, il bravo maestro di arti marziali è quello che fa tanti soldi, la scuola più di successo è quella che muove il maggior numero di dollari. La quantità VS. la qualità insomma, il Regno della Quantità.

Eppure… eppure anche in questa epoca oscura permangono esempi di solide arti qualitative. Ci sono meravigliosi strumenti dell’umano ingegno che sfuggono intrinsecamente alla logica commerciale e che si attuano nella loro potenzialità unicamente quando chi li adoperi si sintonizzi sulla qualità, sull’eccellere, non sulla ragioneria. Una di queste arti, a mio avviso sovrana tra di esse, è il Jiu Jitsu stile brasiliano. Sulla materassina solo quanto VALI TU ha importanza, e nient’altro. Se sei bravo lo devi DIMOSTRARE, non è proprio possibile raccontarsi balle o dare la colpa ad altri, è una scuola di verità. Il Jiu Jitsu consente a chiunque lo desideri di verificare il proprio valore umano e caratteriale con quotidiana scientifica precisione (la qual cosa invece è impossibile nelle arti plastiche, pittoriche, musicali etc.), essendo -alla pari delle altre arti funzionali- creato a questo scopo e NON per far accumulare patrimoni.

La prevalenza del Jiu Jitsu sulle altre divine arti marziali reali è, a mio modo personale di vedere, dovuta alla sua scelta strategica e tecnica, che consente di fare sparring lottatorio tutti i giorni con avversari non collaborativi ed esperti di qualunque taglia, oltre che per l’oggettiva ampiezza quasi infinita che il suo registro tecnico offre. E’ un’arte del tutto introvertita, rivolta unicamente allo sviluppo del praticante, non come la pittura che ha bisogno di spettatori esterni al soggetto agente per dargli misura (incerta perché soggettiva e basata sul mutevole gusto) del suo valore, delle sue qualità.

Il Jiu Jitsu come noi lo conosciamo oggi è la “reincarnazione” in forma contemporanea e adeguata ai tempi di un’ arte ultramillenaria, di una scienza del combattimento sofisticatissima, che col decadere delle varie scuole secolari entra in letargo e aspetta il candidato ideale che la possa riportare in vita sul proscenio del mondo. Arriva un Guerriero illuminato, e da lui una stirpe nata per incarnare certi principi e valori e quindi, tramite essi, l’Arte riemerge con nuovo nome e si riafferma per decenni o secoli. Il seminatore della nostra epoca è stato Carlos Gracie, il piccoletto senza paura, brasiliano d’occhio ceruleo e ascendenza scozzese che con la sua pura volontà e bravura ha creato l’eredità di cui oggi io e altri siamo beneficiari.

Il ritorno prepotente di TUTTE le arti da combattimento davvero funzionali all’attenzione generale è merito del Jiu Jitsu che ha generato le MMA, ossia il metodo per la verifica delle affermazioni in campo marziale. Un’arte solare (NB: che aumenta il livello di coscienza) ha fatto da levatrice alle altre consorelle e le ha scrostate dei pregiudizi dovuti all’ignoranza e alla propaganda annebbiatrice delle arti fasulle. Il Jiu Jitsu come noi lo conosciamo è un metodo policromo, sfaccettato, ha tante anime assieme. E’ uno sport col significato comune e cioè attività fisica di svago, è una pratica agonistica, è un metodo per socializzare in ambiente sano e orizzontale [non classista] dal punto di vista sociale, è un lavoro per chi lo insegna, uno strumento di guadagno per i venditori di accessori eccetera eccetera. Può essere visto in mille modi, è cangiante a seconda della prospettiva. Ciò non toglie però che è nato per uno scopo, ha il DNA congegnato e sviluppatosi per creare forza d’animo nell’adepto tramite una continua ricerca della verità.

Combattere le proprie paure e sviluppare se stesso da ogni punto di vista, (fisico, psichico, spirituale) è lo scopo del Jiu Jitsu brasiliano; non è certamente l’unico, ma tra i pochi è forse il migliore a promuovere questa meravigliosa ricerca del proprio autoperfezionamento. Chi fa Jiu Jitsu migliora come persona, è un dato di fatto. Migliora il corpo che diventa prestante, migliora il carattere che perde spigoli e acquista serenità, migliora lo spirito che diventa più capace a guardare oltre la bruta materia, per recepire stimoli dal sovramondo. Ognuno però migliorerà in base all’impegno messoci e alle sue caratteristiche individuali, miracoli non ne fa neanche il BJJ: se uno è bugiardo lo rimarrà, solo probabilmente un po’ meno. Il debole diventa forte, il forte diventa misurato, il pavido sicuro e l’esuberante tranquillo, se avranno la costanza di praticare alla ricerca del proprio limite. Intendere un’arte funzionale come metodo a 360° vuol dire infatti prendere coscienza delle proprie limitazioni, acquisire la pratica di questa “ricerca del limite” e del tentativo di superarlo tramite il metodo marziale, per poi estenderla a tutti i risvolti della nostra vita fuori dalle mura del dojo. In parole povere è interiorizzare l’insegnamento dato dal Jiu Jitsu&c. e sentirselo addosso 24 ore su 24. Ecco la vera spiegazione del termine JU cioè adattabile, responsivo allo stimolo esterno e che va di conseguenza ad esso. L’acqua si adatta al vaso, il vaso è il con-fine e quindi ciò che dà forma al liquido che senza limiti si disperderebbe inutilmente a terra. Il riuscire a percepire la nostra azione come acqua e i nostri difetti come la bottiglia che la contiene e che gli regala contemporaneamente un senso è l’obiettivo strategico di chi pratichi l’arte in maniera profonda. Nell’adattarsi ai limiti i termini della pratica, nel superarli lo scopo.

Aggiungerò che proprio noi italici sembriamo i destinatari ideali del messaggio racchiuso nel JU, visto che a Roma esisteva un Dio chiamato Terminus, la divinità del con-fine, il cui sacello era sito sul Campidoglio. Interrogato dai sacerdoti sul fatto di volersi spostare per costruire il nuovo mega tempio di Juppiter, Terminus negò l’assenso, e venne pertanto inglobato nel nuovo grandioso edificio; la tradizione spiega questo prodigio con il significato che alle nostre genti era dato per sempre il compito di porre con-fini e nessun limite nella ricerca di superarli in quanto popolo divino. Un’arte integrale della persona umana intende sviluppare il praticante da ogni punto di vista: fisico, psichico, spirituale. Diventa una stampella, un supporto nei marosi della vita. Ad esempio, siccome nel BJJ le chiacchiere stanno a zero, conta solo la posizione/tecnica efficace in allenamento ma anche in gara, come mi regolo? Continuo a ragionare allo stesso modo sia che uno mi parli di politica, di donne, di fedi religiose etc.

Un lottatore lo valuto da quello che mi dimostra facendoci sparring insieme e non in base al suo biglietto da visita e titoli proclamati. Altrettanto saprò (o dovrei saper) valutare le persone solo per quello che realmente sanno fare, non in base alle loro pretese o quelle delle sette a cui aderiscono. Nel Jiu Jitsu rifiutiamo di riconoscere una “tecnica perfetta” immutabile nei secoli perché si dice ideata da un maestrone superumano, e pervicacemente invece acerchiamo la continua evoluzione sulla base delle leggi della Natura.

In simile maniera nella quotidianità sputerò sugli illuminati da Dio o dal partito-fazione-gruppo e ne combatterò l’azione ideologica a detrimento della collettività. Nell’arte suave l’insegnante è come un padre o fratello maggiore esperto, che ci mostra la via e che con noi si suda la vetta lottando e anche a volte perdendo, senza per questo venir minimamente diminuito nel suo valore ai nostri occhi ma proprio il contrario. Per lo stesso nel corso dell’umana esistenza darò rispetto solo a chi mi dimostra rispetto e mi aiuta senza infingimenti, rifiutando di adorare perché ammirati dal gregge belante loschi individui che sanno-tutto-loro e si mettono su un piedistallo grazie alla loquela e alla manipolazione psicologica. Nel Jiu Jitsu ho appreso il sistema familiare: a rimanere legato, col cuore ma senza sudditanze pecorecce, alla scuola, ai maestri e agli allievi anziani con cui ho fatto un percorso onesto. Rifiuterò a pelle i voltagabbana, i traditori del proprio retaggio e i pagliacci pronti a saltare sul carro del prepotente di turno.

Immagino che molti, leggendo le mie parole, potrebbero giudicarmi fazioso, ma spero che si capisca che non è così. Prima di scoprire il Jiu Jitsu ho varie volte abbandonato arti per le quali possedevo un livello certificato alto e studenti paganti, non mi sono mai accontentato e ho mollato tutto pur di ricercare ciò che ritenevo migliore. Oggi rivolgo inviti a praticare l’arte che insegno, ma allo stesso tempo ammiro gli allenatori e tutti i sinceri praticanti di ogni arte marziale, essendo sempre disposto ed entusiasta di poter imparare da chiunque, non importa il nome dello stile che pratica, se io credo in lui. La pratica del Jiu Jitsu mi ha liberato da certe catene e oggi, seppur estimatore e difensore a spada tratta di questo sistema, in realtà non mi sento soggetto a nessun divieto basato sulla pura denominazione, abbracciando in una ideale stretta TUTTE le arti funzionali. Questo è il MIO Jiu Jitsu, una Via contingente che riporta a quella unica e perenne.

Mario Puccioni.

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