L’albero ed i suoi frutti: Roma ed il Fascismo

Un nostro precedente scritto, “Non può essere il Fascismo la base di ripartenza”, ha aperto un dibattito interessante ma non sempre ben orientato, a causa di fraintendimenti e distorsioni che ne hanno travisato il senso. Ad ogni buon conto, l’articolo è consultabile qui su Perennitas, per cui risulterà facile farsene un’idea precisa.

L’idea essenziale che si voleva esprimere era, tutto sommato, molto semplice: se il Fascismo, nei simboli e nei miti, si è rifatto a Roma, perchè noi oggi dovremmo ripartire, per un’azione sacra, ideale, culturale e politica, dal Fascismo e non dalla sua fonte primaria d’ispirazione? Inoltre, esprimendo un intento tipico degli uomini liberi, possiamo identificare i punti deboli del Fascismo, i suoi errori, i suoi limiti, senza passare per “sacrileghi” e “bestemmiatori”? Appare evidente, in queste forme di “devozione” verso il Fascismo, una influenza semitico-fideistica, una deriva leninista, per le quali l’accettazione in toto, acritica, di una dottrina, rappresenta un valore superiore alla individuazione di alcuni suoi limiti.

Pertanto, “non ripartire dal Fascismo”, non significa certamente voler trascurare quanto di positivo fu presente durante il ventennio e nella Repubblica Sociale Italiana, ma ricollegare lo stesso Fascismo ad una linea sottile ed ininterrotta che parte dalla nostra civiltà italico-romana ed arriva ai giorni nostri.

Noi siamo tra coloro i quali credono alla sostanza del racconto di Ekatlos, pubblicato da Julius Evola su Krur nel 1930. Il Fascismo ebbe solide basi, germinando esso da un immaginario perenne, legato alla Aeternitas Romae,  e, grazie a ciò, si potè affermare con modalità inconsuete, agili, lasciando di stucco i vecchi arnesi della politica dell’epoca, non abituati a forme di irruzione “numenica” nella realtà. Il Fascismo fu quindi antico e moderno allo stesso tempo, così come deve essere ogni forma legata alla Tradizione, che dalla Tradizione prende forma.

Non può essere una visione politica superiore ad una Religione (da intendersi in senso italico-romano ed indoeuropeo): i piani vanno ben distinti. Solo se esiste una chiara e profonda concezione e conoscenza del Sacro si può dar vita a forme politiche che ne affermano l’essenza nella realtà. In questo senso sarebbe auspicabile che alcuni gruppi che dedicano la loro attenzione alla Religione Romana, riuscissero a evitare di collocarla in una dimensione ideologica e quindi laica. La nostra Tradizione (segnatamente, la Religione Romana) è viva perchè perenne, quindi attuale, presente, inscalfibile, intramontabile. Come tale è madre del divenire, ed è da essa che germina ogni forma politica illuminata.

Proprio per questo, confondere il Fascismo con la Tradizione, vuol dire non saper distinguere tra la vite e l’uva, tra la fonte e l’acqua giunta al lago. Se il Fascismo potè affermarsi in maniera così diffusa, ebbene, tale affermazione fu dovuta proprio alla immortalità dei simboli che furono scelti per favorire la sua conquista del “reale”, oltre che dal contesto nel quale avvenne la riemersione romana.

Benito Mussolini aveva ben chiaro questo quadro, ed in tal senso ci appare meno “integralista” di tanti acritici fascistissimi odierni: “Io non ho creato il fascismo, l’ho tratto dall’inconscio degli italiani. Se non fosse stato così, non mi avrebbero seguito per vent’anni”, ebbe a dichiarare il Duce, manifestando la preesistenza di una sostanza che, semmai, il Fascismo ebbe il merito di ordinare e rendere attiva.

Chiarite le premesse, non sarà inutile ricordare che, chiamato al compito di restaurare l’Ordine romano nel nostro tempo, il Fascismo venne meno a questo compito altissimo in diverse occasioni. Benito Mussolini e la ristretta cerchia di persone che contribuirono alla formazione delle sue decisioni, non fecero in tempo a liberarsi di una serie di orpelli ed ostacoli (tutt’altro che facili da rimuovere), che alla fine ne determinarono la sconfitta e la fine. La storia non si fa con i sè, ci insegnavano a scuola, ma resta incontestabile la funzione disgregatrice operata dagli ambienti monarchici e vaticani negli anni decisivi per il regime e per la storia d’Italia.

La svolta totale in senso romano, ipotetica ma realizzabile o almeno da tentare, mirabilmente impressa nelle pagine di “Imperialismo Pagano” di Julius Evola, rimase lontana dagli obiettivi del Fascismo, che alla fine, al netto degli eroismi individuali e delle grandezze sociali, si attestò, in primis per la volontà di Benito Mussolini, su di un livello ideologico, romantico, della romanità, evocata più per fini di suggestione che di una reale, concreta, possibilità di riaffermarsi completamente nella vita degli italiani.

La stipula dei Patti Lateranensi, ovvero la cessione seppur minima di terra sacra italica alla Chiesa cattolica, rappresentò l’inizio della fine di un processo che poteva portarsi ben oltre l’attendismo ed il tatticismo politico, conducendo la rivoluzione fascista verso una autentica riproposizione della romanità, così come sognato da Reghini, Evola, Boni, Musmeci Bravo, e tutti coloro i quali credettero ad una possibile riemersione totale della funzione e della dignità di Roma Eterna.

Tutto ciò appartiene al passato, con il suo carico di gloria ed onore, e se errori furono fatti, essi vanno giudicati e valutati insieme ai meriti, alle intuizioni positive, ai gesti eroici ed ai sacrifici di chi offrì la propria vita alla Patria. Ma la Patria e la storia italica e romana, non iniziano con il Fascismo, e non può essere il Fascismo, il solo Fascismo, il nostro riferimento, la stella polare, il punto dal quale partire. Nell’inconscio degli italiani di cui parla Mussolini, esistono millenni di eroi ed eroismi, vissuti per lunghi secoli in una divisione politica, effetto della presenza della Chiesa, che però mai impedì agli italiani di essere tali, uniti o divisi politicamente, non importa, essendo l’Italia frutto di un concepimento divino e superiore ad ogni umana volontà, come intuito dai padri romani, dal Divino Augusto, da Dante Alighieri e Federico II, da Ladislao di Napoli e Giuseppe Mazzini.

“Non possiamo ripartire dal Fascismo” significa, nella sostanza, “non possiamo ripartire dal solo Fascismo”, specie se di esso ci si vuol vestire solo della parte storico-temporale, e non dei suoi richiami a quelle radici antiche che gli permisero di affermarsi ed essere percepito dagli italiani come qualcosa che trovava riscontro dentro se stessi.

Dichiararsi fascisti oggi, significa relegare ad uno spazio-tempo limitato la propria appartenenza. C’è stato un tempo in cui essere fascisti, nel dopoguerra, significava non voler tradire, non rinnegare; ed in quei tempi difficili certe spiegazioni “profonde” non trovavano spazio di fronte all’arroganza ed alla violenza prevaricatrice. Oggi, sentendosi e dichiarandosi patrioti, ci si ricollega alle radici profonde, antiche, millenarie, della Patria e delle tribù e genti che la costituirono nella notte dei tempi, consapevoli del suo ruolo rischiaratore in un’era che volgeva lentamente verso il buio.

Non va trascurata una fondamentale evidenza: rifarsi al Fascismo oggi, in una dimensione politica e culturale, significa portarsi sulle spalle una zavorra, che nega agibilità, consenso, diffusione delle idee. Chi ha vinto (momentaneamente) ha caricato il Fascismo di ogni negatività, mostrandolo, in una prospettiva manichea, come una mostruosità. Per cui, chi parla di sovranità politica, militare, economico-monetaria: di Stato sociale, di solidarietà, di eguaglianza sociale, di tutela della famiglia, di orgoglio nazionale, di difesa dei confini, se gravato dal peso di essere considerato fascista, vede annullato o ridotto al minimo il suo potenziale consenso popolare. Annullato dallo schema “fascismo-antifascismo” che mostra piccole crepe, non sufficienti però a far emergere l’ondata di consenso che sarebbe logico aspettarsi per tutte quelle forze che sono portatrici di idee di libertà e di riscatto nazionale. 

Patria, sangue, suolo, antenati, tradizione e patto con gli Dei della stirpe, legati al suolo sacro italico attraverso l’accordo stipulato con essi dai nostri padri antichi. Queste sono le nostre parole d’ordine, questo è il nostro indirizzo interiore e comunitario. Se il Fascismo ha incarnato, in parte e per un determinato tempo, quanto da noi appena evocato, esso, come ben sappiamo, è parte della miglior storia d’Italia, alla quale non rinunciamo riducendo tutto ad un ventennio, certi invece che, al contrario, tanta grandezza ebbe modo di mostrarsi visibile ANCHE nel ventennio.

Questo è stato il vero spirito del Fascismo, essendosi esso vestito coi simboli eterni della stirpe, rappresentando essi il collegamento con tutta la nostra storia, e non solo con una sua piccola parte.

Come uno dei nostri valorosi antenati, il Fascismo riposa tra le braccia della nostra gloriosa storia Patria. Tutto quel che ha valore ed è legato a noi per sangue, si onora nei Fuochi che la nostra antica religione deputò ai Culti familiari e pubblici, e non a fragili paganesimi di stile giornalistico, buoni solo per qualche articolo metapolitico. Non è la storia del Fascismo che deve continuare, altrimenti vorrebbe dire che noi abbiamo alle spalle solo un secolo di vita, ma una storia ultra millenaria di stirpi italiche di sangue indoeuropeo, che non rinnegano la propria storia, ma se ne riappropriano integralmente, attraverso una visione alta, superiore e profonda, che ci farà essere degni dello sguardo benevolo degli Dei e dei nostri padri antichi.

Non si capisce cosa sia l’antifascismo, ovvero si capisce benissimo: è uno schema sempre utile al Sistema per cercare di neutralizzare chi lo combatte. Alla stessa maniera non si capisce cosa possa essere oggi il neo-fascismo, se non un peso che certo non agevola l’azione di chi vuole il bene dell’Italia. Dichiararsi antifascisti significa essere degli utili idioti al servizio del Sistema. Dichiararsi fascisti significa non capire che la storia d’Italia è ben più antica di un ventennio. Perchè la bellezza e la giustizia, l’onore e lo splendore d’Italia, appartengono all’Italia ed agli Italiani, alla loro storia millenaria, e ridurli ad un piccolo spazio temporale vorrebe dire che non si è compresa la grandezza della nostra storia patria ed il ruolo centrale dell’Italia nella rinascita del mondo ordinato e naturale che i nostri nemici odiano e che noi amiamo e difendiamo in nome di un grande passato dalle radici profonde.

Francesco Di Marte.

 

Un pensiero riguardo “L’albero ed i suoi frutti: Roma ed il Fascismo

  • settembre 28, 2019 in 10:02 am
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    Fin dagli inizi degli anni ’90 seguo con una certa attenzione i movimenti più o meno tradizionali che si battono per la difesa delle nostre radici culturali, con l’intenzione di trovare un denominatore comune a quello che si presenta come un intricato ginepraio di fazioni litigiose e settarie. Noto il più delle volte, nel mondo della “destra italiana”, a parte il consueto servilismo germanofilo e una capricciosa labilità di idee e sentimenti in perenne evoluzione, l’assenza di un granitico centro catalizzatore di certezze e principi, come può essere l’idea imperiale in Giappone. Personalmente, da sempre, ho ravvisato nel mito del Capitolium sedes deorum (Tito Livio, Ab Urbe Condita, 5.39) e nella Sovranità divinamente legittimata (Imperium) dall’Aurea Catena Saturni e dal Vate Virgilio, il fulcro perenne intorno al quale devono ruotare tutti gli altri elementi di quella “volontà d’elevazione”, genuinamente italica, che trascende e precede la stessa fondazione di Roma. E’ stata Roma a fondare l’Impero, ma fu l’Italia primordiale a generare le etnie che diedero origine alle tribù dei Titii, dei Ramnes e dei Luceres, nucleo fondante del popolo romano: questo ordine di cause e di effetti non deve essere dimenticato, per non ricadere in pericolose astrazioni universalistiche.

    In base a queste premesse, pur nella mia indegnità, ingenuità e intollerabile presunzione, penso di essere arrivato a qualche conclusione:
    1) il monito virgiliano Antiquam exquirite matrem (Eneide, III 96) ha un valore eterno e può essere riferito solo all’Italia;
    2) la via per metterlo in atto è la pratica della prisca virtus (la cui forma più elevata si esprime nell’ethos marziale degli Eroi) e il potenziamento del patrimonio spirituale, culturale, genetico e ambientale della Nostra Terra;
    3) l’organo di questa attuazione non può essere un partito politico, ma un Ordine, o meglio una comunità di uomini tradizionali ispirata a valori dogmatici, inossidabili e infiammata da mistiche energie capaci di resistere ai condizionamenti di guerre, complotti, tradimenti, rivoluzioni e progressi tecnologici;
    4) questi valori e mistiche energie (Lealtà, Onore, Patrio Fervore ecc.) devono trovare la loro prima e originaria matrice in una Legge Divina Eterna;
    5) dominio diretto di questa Legge Divina Eterna è l’asse Sovrano-Terra-Stirpe, che si esplica nella sacralizzazione della Regalità capitolina, della Saturnia Tellus e del Sangue romano-italico;
    6) questa sacralizzazione necessita di una raccolta di scritti edificanti (epos, annali, inni) e di un Rito simbolico nazionale che, seguendo una precisa liturgia, sappia legare la venerazione degli Eroi e l’esaltazione della prisca virtus alla dimensione trascendente di Dio, secondo la visione di Cicerone (Somnium Scipionis) e di Severino Boezio, l’”ultimo dei Romani” e punto di congiunzione tra Antichità e Medioevo;
    7) tale “teonomia metapolitica” dovrebbe legittimare la concezione sacra della sovranità nazionale e plasmare, a livello etico, uno stile di vita quiritario (che io definisco Quiritas) fondato sul “pensiero forte” di Catone il Censore e sulla “dottrina aria di lotta e vittoria” di Julius Evola, senza mai dimenticare la prospettiva “transumanante” di Dante Alighieri, che proietta l’anima quiritaria nella dimensione ultraterrena (Usque ad mortem et ultra);
    8) infine, i militanti che si conformano allo stile di vita quiritario (che richiede l’esplicita formulazione di un Codice di comportamento) dovrebbero attivarsi per la fondazione dello Stato nazionale organico e la selezione di una nuova aristocrazia (del merito) in grado di attuare la riqualificazione genetica e caratteriale della Stirpe.

    Voi sapete meglio di me che l’Italia, oggi più che mai, ha un disperato bisogno di un rigenerante ritorno alle origini, per non svanire nel mare grigio della dissoluzione relativista e del “nichilismo dolce”.
    L’Essere Italiani non nasce dalla passiva constatazione di una situazione sociopolitica analizzata e vivisezionata dalle statistiche di qualche istituto paramassonico (tanto più che oggi tutto congiura contro la sovranità dello Stato nazionale), ma è un atto di volontà, “volontà d’elevazione” come si diceva un tempo. Peraltro, questa volontà è sorretta in modo misterioso ed esclusivo da una forza divina, da un fuoco interiore che non tutti possono percepire: il “patrio zelo” ri-evocato a suo tempo da un grande demiurgo del Risorgimento, il Conte Federico Confalonieri. Finché questo fuoco brucerà nel cuore degli Italiani militanti, la Patria vivrà.

    Va pur detto che la sterile polemica tra neopagani e cattolici di destra sulle colpe della Chiesa nel deterioramento della “romanitas” e del sentimento nazionale non porta ad alcuna soluzione praticabile: non possiamo fondare l’apparato statale sull’adorazione degli dei pagani, ma neanche approvare uno Stato clericale. Questo fatto, tuttavia, non pregiudica la possibilità di instaurare, specialmente nel Cerimoniale di Stato, un culto di venerazione rivolto agli Angeli Etnarchi, agli Eroi, ai valori perenni (Fides, Pietas, Honos, Virtus), ai Caduti e agli Antenati Maggiori. Penso che Gabriele D’Annunzio avesse ben compreso questo punto cruciale della questione, quando elaborò i primi riti solenni di quella “religione civile” che io preferisco chiamare “Religione della Patria”. Sennonché il Vate viveva di ispirazioni momentanee, mentre ora è necessario strutturare questa pulsione sentimentale e poetica in un continuum organico di atti e gesti codificati, in grado di vivificare quella comunità di uomini tradizionali che, votandosi all’etica della prisca virtus, potrebbe col tempo tramutarsi in un “popolo nel popolo”, politicamente reattivo e operante.

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