Il neospiritualismo esoterista e il tentativo di “cavalcare” Julius Evola.

Per la recente narrazione pseudo-esoterica, Evola costituisce il passepartout, la chiave universale, la referenza indispensabile, per affermare e diffondere, non solo le singole scuole (antroposofiste, kremmerziane), ma, ancor più, una forma di sincretismo di tutte queste vie, alcune delle quali prevedono anche qualche elemento di romanità, neoplatonismo, spiritismo, occultismo. Non sembrerà approssimativa questa descrizione: in realtà è ben difficile capire quali e quanti elementi tra i più disparati vengano tenuti in conto per assemblare questa forma di “ideologia” (altro termine non riusciamo a trovare per delineare il quadro generale).
 
Tale intento viene definito “ricerca” e considerato dai suoi ideatori quale disciplina superiore, “ermetica”, che si muoverebbe su un piano diverso (e superiore) rispetto alle Tradizioni ed alle religioni. Semmai, si sostiene, le Tradizioni possono offrire elementi diversi che vanno fusi, assemblati e resi funzionali ad una non meglio definita dimensione superiore.
 
La volontà di imporre proditoriamente questa “interpretazione”, a volte con teorie balzane, più spesso con vere e proprie invenzioni, serve ai novelli esoteristi sincretisti per sdoganare Steiner e Kremmerz in ambienti definibili, con tutta l’approssimazione che questa dizione comporta, di “estrema destra”.
In passato abbiamo già dedicato qualche scritto all’argomento, per cui eviteremo in questo scritto di pubblicare stralci di opere evoliane sull’argomento in questione.
 
Il piano ha una sua logica e la scelta di Evola ovviamente è la migliore possibile per raggiungere il fine descritto. Come sappiamo, il tradizionalismo in forma culturale, mitica, metaideologica, in certi ambienti, considera Evola, a giusta ragione, un punto di riferimento. In questi contesti, “Imperialismo Pagano”, “Rivolta contro il mondo moderno” e tutta la produzione evoliana che parte dal periodo tradizionalista, coincidente con l’incontro con Reghini e l’esperienza del Gruppo di Ur, ha costituito, dagli anni cinquanta e fino ai giorno nostri, l’ossatura della dottrina di numerosi movimenti.
 
Può sembrare semplicistico, ma Steiner e Kremmerz, in alcuni filoni politici e culturali, sono più “credibili” se sostenuti dalla considerazione di Evola, se avallati dall’inquadramento delle loro prospettive in un alveo evoliano che le legittima e le considera possibili.
 
Naturalmente le ipotesi imbastite sono irreali, come facilmente si potrà dimostrare, non con delle semplici opinioni, tutte rispettabili (tranne quelle basate sulle invenzioni e sulle fantasie) ma con la lettura delle opere di Evola. Secondo questo intento sviante, risulta comprensibile ed utile, ma non certo giusto, coerente e corretto, che si tiri Evola per la giacchetta, cercando di legittimare e conferire importanza al proprio pensiero attraverso l’uso distorto e forzato delle sue opere e della sua vita.
 
Questa tendenza non è recente: avendo Evola scritto pagine su buddismo e islam, ermetismo e antroposofia, cristianesimo, cattolicesimo, induismo, religione italico-romana, ed avendo riservato ad ognuna di queste vie parole di apprezzamento o critica, risulta facile estrarre dal mazzo la carta della “buona considerazione”, magari costituita solo da due righe che riguardano un singolo aspetto, magari secondario, per poi basare su questi presupposti fragili una propria scelta profonda.
 
“Io sono cattolico grazie ad Evola”, è una frase da tutti noi udita più volte, anche se sappiamo che Evola non fu mai cattolico, fu ferocemente critico nei confronti del cristianesimo e del cattolicesimo (ancor più. ovviamente, con la Riforma ed ogni protestantesimo ad essa successivo). Naturalmente Evola distinse tra i vari cristianesimi ed i vari periodi del cattolicesimo, e, ovviamente, tenne in maggior conto il cattolicesimo medievale piuttosto che quello post-conciliare.
 
Con questo metodo, trascurando gli scritti evoliani, che, ad esempio, stroncano l’antroposofia e lo stesso Steiner, pur riservando ad essi anche qualche considerazione positiva (non siamo manichei, vero? e non lo era nemmeno Evola), costoro sostengono prospettive assurde, fantasiose, insostenibili (infatti evitano accuratamente qualsiasi confronto), al fine di affermare la propria linea e la propria azione.
 
Ora sarebbe troppo lungo mettersi a contestare tutte le teorie, atteso che esse si basano su valanghe di citazioni, estrapolazioni, interazioni, proprietà transitive (Evola conobbe e stimò Colazza, Colazza era il referente italiano di Steiner, ergo Evola stimava Steiner). Oppure “Evola ha pubblicato la foto di Steiner su “Il mito del Sangue”. E quindi? Vale più di quanto scritto su “Maschera e volato dello spirituaismo contemporaneo”? O su “La dottrina del risveglio? Opere stampate e ristampate, ricordiamo, senza che Evola abbia corretta nulla di essenziale al riguardo. Motivo per il quale ci chiediamo:  nel caso di Steiner come in altri, varrà pure quello che scrisse e disse di Steiner e dell’antroposofia lo stesso Evola?
 

Enrico Montanari ci ha raccontato, durante una discussione sul tema apparsa su facebook, con un suo commento, un aspetto del suo incontro con Evola, al quale comunicò il suo interesse per Steiner: “Male, molto male” rispose caustico Evola. Parliamo dei primi anni settanta, pochi anni prima della morte del Barone. Addirittura, tempo fa, apparve su Ereticamente un articolo dal titolo ” La via del pensiero vivente come controparte operativa del pensiero di Julius Evola”.

 Una follia, però mai tanto folle quanto quella mostrata da un improvvisato relatore, che durante una conferenza annunciò urbi et orbi che Evola era stato ritrovato, appena morto, con accanto il libro di Steiner “L’iniziazione”.  E chi sarebbe stato il testimone di questa incredibile scopertà? Nientedimeno che… Giuseppe Colazza, discepolo di Steiner.
 
Peccato che Evola sia morto nel 1974 e Colazza… nel 1953.
 
Naturalmente identico rischio corre l’esperienza del Gruppo di Ur, che sarà stata certamente condivisa da persone di diversa provenienza; cionondimeno Evola ce ne ricorda gli scopi e gli indirizzi.
” Quanto alle finalità (del Gruppo di Ur), quella più immediata era il destare una forza superiore da servire d’ausilio al lavoro individuale di ciascuno, forza di cui eventualmente ciascuno potesse far uso. Vi era però anche un fine più ambizioso, cioè l’idea che su quella specie di corpo psichico che si voleva creare potesse innestarsi, per evocazione, una vera influenza dall’alto. In tal caso non sarebbe stata esclusa la possibilità di esercitare, da dietro le quinte. un’azione perfino sulle forze predominanti nell’ambiente generale di allora. Quanto alla direzione di tale azione, i punti principali di riferimento sarebbero stati più o meno quelli di “Imperialismo Pagano” (opera di Julius Evola) e degli ideali “romani” di Arturo Reghini”.
Ora, come si opera al fine di intrecciare tutto? Si cerca di trasformare il Gruppo di Ur, guidato da Evola e Reghini, e dichiaratamente “imperialista pagano e romano”, in una sintesi che semmai poteva riguardare la rivista ma non l’operatività magica del Gruppo, che era cosa ben diversa. Per cui, l’ultimo asso pescato nel mazzo dagli allegri neoesoteristi sincretici, è costituito dalla adesione di Arturo Reghini alla Miriam kremmerziana, che sarebbe avvenuta a poca distanza dalla morte del pitagorico fiorentino. Notizia inclusa in un articolo che descrive una passione di Evola per Kremmerz imbastita con il solito collage di citazioni e trangoli (Evola, frase di due righe, Plotino, qualche amico di Evola miriamico).
“Che cosa volete vedere, la domanda di iscrizione di Reghini?”, rispondono indignati i “ricercatori” ermetisti. Forse pensando che basti la loro parola per accreditare qualsiasi notizia.
 
Noi ricordiamo delle critiche di Reghini al Kremmerz, e , quanto alla sua adesione, valenti studiosi pitagorici e miriamici nulla sanno di questa tardiva conversione, notizia utile solo a confondere le acque. Reghini e Kremmerz si stimarono,  e lo stesso vale per Evola e Krememrz ed Evola e Reghini. Ma il riconscimento reciproco di qualità, possedute in gran quantità da persone di così spiccata profondità d’animo, è assimilabile per forza ad una adesione, che peraltro non ci fu? Reghini non si iscrisse mai alla Miriam. Perchè sostenere il contrario? 
Non sarà inutile dire che potremmo citare decine di passaggi, scritti, testimonianze, che dimostrano l’inconsistenza ed arbitrarietà delle tesi neospiritualiste. Ma questo scritto si dilungherebbe a dismisura. Naturalmente ci auguriamo (ma abbiamo poche speranze) che qualcuno voglia sostenere il contrario di quanto affermiamo.
 
Nessuno si stupisca, questo è il metodo e questo è l’approccio. E’ il loro stile e la cifra del loro approccio alle questioni dello spirito. Cosa si può aggiungere di fronte ad un modo simile di procedere?
 
Tutte queste considerazioni non intervengono su questioni personali: se qualcuno crede che il sincretismo, la fusione di più orientamenti, o qualsiasi altra formula “moderna e/o darwinista”, come l’avrebbe chiamata Evola, possa portare dei benefici personali, a se stesso od altri, non saremo noi certo a proferir giudizio.
 
Se però tutto ciò deve essere basato sullo stravolgimento della vita e dell’opera di Evola, allora la questione cambia aspetto. Evola parla con gli scritti, ed a nulla vale scomporli per creare un puzzle disarmonico. Ne il “cammino del cinabro” la sua autobiografia, ci si orienta meglio che con le costruzioni artificiali. Non si era detto che “il ricercatore” deve amare, prima di ogni altra cosa, la verità?
 
Conosciamo sinceri aderenti al pensiero di Steiner ed anche di Kremmerz e consideriamo positivamente alcuni aspetti dell’una e dell’altra dottrina. Appare evidente che per essere Steineriani o Kremmerziani, non sia necessario utilizzare (impropriamente) Evola. E’ ovvio che le considerazioni espresse non valgono per coloro i quali vogliono utilizzare Evola per sbarcare con il loro sincretismo in ambienti politici e culturali di segno tradizionalista.
Piero Fenili, sempre citato da costoro, ebbe a dirci “Non bisogna mai intrecciare pratiche e riti della “Via romana agli Dei” con gli insegnamenti kremmerziani, le due strade devono rigorosamente rimanere distanti e separate. Se almeno ascoltassero gli insegnamenti dei loro anziani…

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