A proposito del silentium rituale e di certe moderne idee

La distanza che può separare il cultus deum da talune forme liturgiche o prassi cerimoniali di sapore novecentesco, ovvero tecniche di concentrazione proprie ad altre tradizioni religiose, è ben rappresentato dal valore attribuito al silenzio (silentium) rituale nel mondo religioso romano, specie se paragonato all’idea tutta moderna di esso come forma di raccoglimento spirituale nell’agente, cui segua una particolare preparazione o di mistica realizzazione interiore in vista di esperienze sovraumane1. Mentre va da sé che il silenzio giovi alla concentrazione necessaria nell’amministrare le res sacrae e a non procurare distrazioni, per i nostri avi, il silentium era costituito semplicemente dall’assenza di un qualsiasi frastuono esterno che giungesse a turbare il rito2. Tre brevi brani, relativi all’ambito àugurale, illustrano con sufficiente chiarezza il senso proprio al vocabolo, anche se tale disciplina, come vedremo, può essere facilmente estesa alla materia dello ius sacrum: e cioè in sostanza del diritto pontificale che si occupava delle prescrizione relative ai sacrifici e riti accompagnati da offerte. Così, un famoso passo del De divinatione di Cicerone spiega bene come la presenza del silentium assoluto corrispondesse alla mancanza di un vitium:, ossia un grave difetto normativo-sacrale che impedisce di agire sul piano giuridico con legittimità secondo le prescrizioni dello ius augurum, il diritto augurale3. Scrive dunque l’Arpinate, Quinto Fabio voglio che tu mi assista nell’auspicio.”. Quello risponde: “Ho udito.”. Al tempo dei nostri antenati per questa funzione ci si valeva d’un esperto; oggi si prende uno qualsiasi. L’esperto dev’essere uno che sappia che cos’è il <<silenzio>>; chiamiamo <<silenzio>> nel cerimoniale degli auspicii la situazione in cui niente vizia la cerimonia. Rendersi conto di ciò è còmpito del perfetto àugure; ma quello a cui viene affidata al giorno d’oggi questa mansione quando il magistrato che prende gli auspicii ordina: “Dimmi quando ti sembrerà che vi sia il silenzio” non perde tempo né a guardare in alto né attorno; risponde sùbito che gli sembra che il <<silenzio>> ci sia”4. Mentre il brano richiederebbe un a lunga disamina, in questa sedes materiae ci limiteremo a sottolineare come l’atto di annotare il silenzio, non avesse null’altro scopo o valore se non quello di operare una ricognizione (nel linguaggio augurale: l’azione del suspicere o circumspicere, indicata da Cicerone), quasi naturalistica, circa l’assenza di eventuali fatti, rumori, segni o circostanze contrarie al compimento del rito dell’auspicium. E per quanto egli si indigni circa la rapidità o mancanza di un controllo su eventuali vizi da parte dei suoi coetanei, non è da escludere che la pratica di non attardarsi nell’ispezione dell’ambiente e di dichiarare immediatamente l’esistenza del silentium, procedendo subito a prendere l’auspicium , costituisse in realtà una precisa tecnica sorta all’interno dello stesso collegio àugurale o un’ortoprassi rituale sviluppata con il tempo, proprio per evitare di imbattersi in segni infausti.
Allo stesso modo, un lemma di Festo restituisce l’azione del destarsi nel cuore della notte per cogliere l’auspicio in questi termini: “silentio surgere: questa espressione si impiega parlando di un uomo che trascorsa la mezzanotte si sia levato silenzioso dal suo letto per cogliere gli auspici e che liberatosi dal suo letto, si sia assiso su un sedile massiccio e vi si mantenga seduto, facendo attenzione a non rovesciare nulla da quel momento e fino a quando non abbia ripreso posto nel suo letto: poiché si chiama propriamente silenzio, l’assenza di ogni disturbo negli auspici” 5. Il passo festino si chiude con una notazione di carattere antiquario-tecnica, in realtà molto interessante: “Veranio [giureconsulto di cui non sappiamo molto, ma probabilmente vissuto tra l’età di Cesare e quella di Tiberio] dice che si tratta qui di un soggetto che non si leva precisamente da un letto ma da un giaciglio qualunque e che non è necessario per lui tornare nel suo letto6. La corrispondenza tra silenzio e un’assenza di vizi che conduceva a un felice esito dell’operazione, è poi confermata da un altro lemma relativo al pensiero sull’argomento di C. Ateio Capitone, illustre giurista di età augustea7. Come ha osservato Franco Vallocchia, Ateio Capitone e Veranio avrebbero “analizzato la ratio del ‘silentium in auspiciis’ in una prospettiva pontificale, cioè sotto il profilo delle competenze del pontifex in ordine alla corretta applicazione delle procedure sacerdotali”, confermando così l’idea che il silentium fosse manifestazione più generale nella ritualità romana8.
Tale concezione discendeva, del resto, dall’idea della cerimonia sacra come realizzazione di una eccellenza assoluta dell’azione rituale nel mondo terrestre, a immagine della perfezione di ogni atto divino: liturgia che non doveva essere turbata da alcuna presenza negativa (come quella di schiavi o stranieri, come vedremo, ovvero, ancora, dalla vista di minacciose forze maligne e ostili nonché da tristi omina) o da alcun rumore molesto. In un passo della sua Naturalis Historia , che descrive l’esecuzione di una cerimonia pubblica, Plinio, il vecchio, indica come a fianco dell’officiante si trovasse un assistente (di norma un sacerdote) il quale dettava l’esatta formula da recitare, un altro controllava che i certa verba scanditi fossero massimamente esatti, mentre un terzo (un araldo), dopo aver ingiunto il comando di tacere (favete linguis) agli astanti presenti, controllava che costoro non disturbassero il rito con parole inappropriate e un quarto, un flautista (ben visibile, del resto, su numerosi rilievi o monumenti celebrativi d’età classica o più tarda) suonava il suo strumento per impedire che eventuali espressioni verbali nefaste o frastuoni impropri provenienti dalla folla, potessero giungere all’orecchio del celebrante9. Infatti, nonostante certe bizzarre teorie contemporanee, la ritualità pubblica romana di norma si officiava coram populo: e anzi era prescritto che l’agente (fosse esso un sacerdote o un magistrato) declamasse la formula, scandita parola per parola, vox clara et sollemnis, priva di errori od omissioni pena la sua nullità10. Di qui la possibilità che fra gli astanti si producessero disturbi o schiamazzi anche solo accidentali.
La stessa ratio ed esigenza era alla base della necessità di officiare il rito capite velato, cioè di norma con un lembo della toga (come la toga praetexta magistratuale, di colore bianco, ornata da una banda di tonalità porpora) sollevata sulla testa, a coprire orecchie e capo, in modo da circoscrivere quanto più possibile il campo visuale, evitando così apparizioni infauste e scongiurando l’ascolto di sonorità moleste. La prescrizione relativa a questo abbigliamento era ciò che contraddistingueva propriamente l’agere ritu Romano, cioè alla maniera romana, distinto dal ritus Graecus (a testa scoperta) o da quello Gabinus (con i lembi della toga o veste sollevati sulle spalle, assai arcaico e diffuso specie in ambito militare, come nel rito della devotio). Tale tradizione del resto si faceva risalire a Enea stesso: in un suggestivo passo dell’Eneide, Virgilio rammenta come poco dopo la partenza da Troia, l’eroe, fermatosi presso Eleno, ne ascolti i consigli fra cui quello di officiare i riti, una volta giunto nel Lazio, capite velato per evitare di incrociare la vista con la presenza di nemici, circostanza che avrebbe turbato l’efficacia della cerimonia: “quando al termine del tuo viaggio la flotta sarà arrivata oltre i mari e infine si fermerà, tu innalzerai altari sul lido, renderai grazie agli Dei, scioglierai il tuo voto solenne: ma non dimenticare di coprirti i capelli e il capo d’un manto purpureo, perché qualche ostile aspetto non venga tra i fuochi a turbare i presagi. I tuoi compagni osservino sempre questo costume nei riti religiosi, osservalo tu stesso e, più tardi, i nipoti”11 . Un consiglio che sarà seguito dai successori di Enea, al punto da impedire la possibilità di presenziare al rito pubblico a uno straniero (e, in genere, agli schiavi, equiparati a essi sul piano giuridico-sacrale) in quanto presenza considerata, di per sé stessa, ostile e minacciosa. Così nell’esaminare il comportamento di Claudio quale autorità religiosa, Svetonio osservava come il principe,“curò con diligenza che ogni qual volta la terra avesse tremato nell’Urbe, il pretore convocasse il popolo e indicesse le ferie e che quando si fosse vista qualche uccello di nefasto augurio sul Campidoglio, si facessero preghiere propiziatorie, ch’egli stesso avrebbe dettato per competenza di pontefice massimo al popolo riunito, dall’alto dei Rostri [nel Foro] dopo aver disposto l’allontanamento degli operai e dei servi12. Similmente, come ci informa Cicerone, nei Ludi Megalenses che si celebravano dal 4 al 10 aprile in onore di Cibele, v’era la precauzione di far uscire gli schiavi prima di dar inizio ai giochi13. Un altro lemma di Paolo Diacono, tardo commentatore di Festo, ricorda come fosse un littore ad impartire agli stranieri il comando di allontanarsi prima dell’inizio di una cerimonia sacra14.
Non era, d’altro canto, neppure troppo rilevante che l’assenza di disturbi fosse assoluta. A conferma del fatto che di per sé il silentium non corrispondeva ad alcuna categoria relativa a misticheggianti parametri moderni, era solo necessario che i cattivi presagi o disturbi non fossero percepiti da colui il quale officiava l’auspicio o il rito sacrificale, giacché secondo la dottrina romana se qualcuno avesse riportato in seguito di aver udito o visto un triste o infausto presagio, si sarebbe potuto ribattere che tutto ciò che non era stato colto direttamente e personalmente dall’agente non aveva alcun rilievo per lo stesso e, di conseguenza, per la res publica15.
In definitiva resta confermato come la disciplina e tecnica rituale romana sfuggano a categorie del moderno pensiero e facili fraintendimenti di natura culturale che sono, spesso, il frutto di suggestioni pseudo-iniziatiche, e, ancor più, il risultato di scorie e lasciti del credo monoteista cristiano. Sarà forse un caso che Paolo di Tarso nella propria lettera ai Corinzi (2,2-16) raccomandasse ai fedeli di assistere alla celebrazione delle funzioni cristiane in un mistico trasporto interiore e a capo scoperto?
Stefano Bianchi

1

 Si veda ad esempio, Luce, Opus magicum: La concentrazione e il silenzio, in (a cura del) Gruppo di UR, Introduzione alla Magia, Roma, 1971, vol,1, pp.28-32; nella tradizione orientale, vedi J.Evola, La dottrina del risveglio, Roma, 1995, pp.151-152. S’intende come queste prospettive siano da tenere nella più alta considerazione, pur esprimendo una visione diversa rispetto alla via romana agli Dèi.

2

3 Sul concetto di vitium cfr. D. Paschall, Origin and Semantic Development of Latin Vitium, in Transactions and Proceedings of the American Philological Association, 67, 1936, pp. 219-231, nel quale si fa notare come il concetto di vitium, per quanto espressione che si può incontrare in diversi contesti e indicante, in genere, un difetto o una cattiva inclinazione, sul piano religioso del lessico romano designi esclusivamente un problema di natura augurale e non trovi corrispondente impiego nel linguaggio pontificale circa “vizi” nei sacra.

4 CIC. De Div. 2,34,72: Q. Fabi, te mihi in auspicio esse volo; respondet: audivi. Hic apud maiores nostros adhibebatur peritus, nunc quilubet. Peritum autem esse necesse est eum, qui, silentium quid sit, intellegat; id enim silentium dicimus in auspiciis, quod omni vitio caret. Hoc intellegere perfecti auguris est. illi autem, qui in auspicium adhibetur, cum ita imperavit is, qui auspicatur: dicito, si silentium esse videbitur, nec suspicit nec circumspicit; statim respondet silentium esse videri. Tr. mod. di S. Timpanaro

5 FEST,. p. 348 ed. Müller: silentio surgere ait dici, ubi qui post mediam noctem auspicandi causa ex lectulo suo silens surrexit, et liberatus a lecto, in solido se posuit, sedetque, ne quid eo tempore deiciat, cavens, donec se in lectum reposuit: hoc enim est prope silentium, omnis vitii in auspiciis vacuitas.. La traduzione è nostra.

6 Ibidem, Veranius ait, non utique ex lecto, sed ex cubili, ne rursus se in lectum reponere necesse est. La traduzione è nostra..

7 FEST. p. 351 M. s.v. Sinistrum: sinistrum in auspicando significare ait Ateius Capito laetum et prosperum auspicium, at silentium, ubi duntaxat vacat vitio.

8 F. Vallocchia, Silentium nei documenti sacerdotali. Le interpretazioni di Veranio e di Ateio Capitone, in “Diritto@Storia”, 6, 2007, on-line.

9 PLIN. N.H. 28,11: praeterea alia sunt verba inpetritis, alia depulsoriis, alia commendationis, videmusque certis precationibus obsecrasse summos magistratus et, ne quod verborum praetereatur aut praeposterum dicatur, de scripto praeire aliquem rursusque alium custodem dari qui adtendat, alium vero praeponi qui favere linguis iubeat, tibicinem canere, ne quid aliud exaudiatur, utraque memoria insigni quotiens ipsae dirae obstrepentes nocuerint quotiensue precatio erraverit; sic repente extis adimi capita vel corda aut geminari victima stante. Sul comando favete linguis si vedano ad esempio le osservazioni in R. Del Ponte in Favete Linguis! Saggi sulle fondamenta del sacro in Roma antica, Genova, 2010, pp.7-17.

10 CIC..De dom. 117

11 VERG. Aen. 3, 403-407 Trad di L.Canali modificata. In DIO.HAL 12,16,1 il nemico ostile è da individuarsi in Diomede o Ulisse. L’uso della porpora non è casuale se come ci segnala Servio (ad Aen. 12,169) essa nascerebbe dal mare per fini di purificazione rituale. Una trabea (una toga più corta della norma) interamente di color porpora era indossata dal flamen Dialis e da quello Martialis (cfr. SERV. ad Aen. 7,190) oltreché della confraternita religiosa dei Salii (DIO. HAL.2,70,2).

12 SVET. Claud. 22.

13 CIC. De har. resp. 26.

14 PAUL. FEST. p.71 ed. Lindsay s.v. Exesto.

5 FEST. p. 234 ed. Lindsay s.v. Prohibire comitia.

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