Rinascono i germogli.

Le fiamme sono divampate e l’incendio si è propagato a dismisura nel tempo e nello spazio: alberi inceneriti, animali in fuga, uomini intossicati.
Molti sono quelli irrimediabilmente malati o sfigurati. Ancora di più tutto quello che è andato per sempre distrutto.
Ma dopo il fuoco, nella foresta distrutta, rinascono i germogli…

E’ una legge del cosmo più che della natura: al movimento di distruzione segue l’azione della vita e, con essa, l’inizio della Rinascita. Gli automatismi cessano, le manie si placano, le complicazioni svaniscono. Finalmente, attraverso le crepe della superficie carbonizzata della foresta, tra le grida impotenti degli umanoidi – esseri abbrutiti oramai affamati solo di ombre virtuali, di “progresso” e di morte – riemerge il potere della semplicità, e gli uomini, come per incanto, o meglio per disincanto, ritrovano forza, gioia, armonia. Si riafferma e “fiorisce” nel mondo l’aurea normalità. La Vita segna ancora una volta il suo inizio.

Ecco, dunque, il seme essenziale, il principio originario, attraverso cui la Vita riafferma la sua azione e ritorna a germogliare: il potere della semplicità.
Semplicità intesa in termini reali, ovvero come Homo  simplex – “Uomo uno”, non “doppio”, non artefatto – il quale, ritornato libero e fecondo riafferma con la sua stessa presenza, con la sua stessa volontà, con la sua stessa azione, l’essenza delle cose nella loro nuda espressione.

E così gli schemi, gli psicologismi, le astrazioni, le classificazioni, le descrizioni, le mille parodie della Realtà, travestite da “teorie”, “culture”, “pensieri”, si dissolvono perché divenute inutili in un mondo che torna a nutrirsi di cuore e di vita. All’improvviso torniamo a sfidare gli eventi e non gli psicodrammi, torniamo a guardare il mondo e non il racconto di qualcuno, torniamo a vivere la Realtà e non un film o qualsiasi altro stato virtuale; torniamo in definitiva a godere della semplicità quale manifestazione perenne dell’Essenza, dell’Origine, della Vita.

A germogliare quindi non può essere in alcun modo un processo meccanico, che sarebbe in ogni caso inerte e quindi inutile (meccanici ed inerti sono ad esempio l’attesa passiva della fine di questa età oscura; il velleitarismo mentale; l’astratto ottimismo del prima o poi passerà; il messianismo nelle sue numerose varianti; l’egoismo travestito da “percorso individuale”, il vuoto fatalismo; la rassegnazione); ma solo un reale inizio, un principio di Vita, riportato alla luce da uomini rinnovati e finalmente ritornati semplici ed ordinati secondo le leggi dei Padri, le usanze che furono seguite con scrupolosità fin dalla notte dei tempi, prima ancora che la storia ci desse notizie più o meno certe, prima ancora che Roma nascesse per affermare il suo compito e destino luminoso.

Dunque non di una speranza parliamo, ma, romanamente, di una azione, di una sfida che, orientando la nostra vita, plasma il mondo circostante e matura gli eventi: recuperare la semplicità delle origini, porre un inizio, senza lasciarci ingannare dalle suggestioni, dalle descrizioni, dalle paure di un mondo in cui tutti sono schiavi di tutti (chi più chi meno); dei buffi burattini rassegnati a recitare il triste copione di un film diretto da quel burattinaio che chiamiamo “progresso”.

In questo film gli sceneggiatori (l’Intellettuale e l’Economista), il costumista (la Tecnologia), il produttore (i Potentati economico-finanziari) e tutti gli altri collaboratori diretti e indiretti, riescono a distribuire con tempestività ed efficacia tutte le parti, anche quelle più marginali, ad esclusione di una sola, che sfugge per sua natura ad ogni controllo: quella del seme che non sa fare altro se non germogliare.
E così il film giunge all’epilogo, la finzione si dissolve, l’uomo che avrà voluto e saputo essere seme germoglia, ed il mondo – divenuto nuovamente il mondo vibrante degli uomini e non più il mondo inerte delle “cose” – torna ad essere animato e rigoglioso come una foresta…

Sulcus.

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