di Marmar

Il significato etimologico della parola ci riconduce alla determinazione d’una nuova nascita: artefice non ne può essere che l’uomo, già vivo, ma ad un livello ontologico inferiore rispetto quello conseguente al risveglio d’una seconda generazione. La cosa dovrebbe essere ovvia, ma è forse opportuno ribadire come nessuno possa compiere al nostro posto quegli atti interni che sono la sostanza del percorso ri-generativo che dell’universo intero può avvalersi, ma soltanto come fulcro per la propria leva. La stessa trasmissione diretta da parte d’un maestro, cosa peraltro estremamente rara, non può avvenire che a valle di un vero e proprio “atto d’accettazione” da parte del neofita: atto che, in genere, esula dal dominio del cosiddetto “razionale” per ricadere completamente nella dimensione dell’intuitivo, ove la naturale attitudine e la guida interna del proprio Genio a favore sono indispensabili; soprattutto considerando che nulla viene compiuto a vuoto, per formalità: l’atto in sé deve andar a colpire la compagine interna dell’interessato, rendendola operativamente adatta alla trasmissione.

In senso lato, il termine è usato a designare ogni accadimento che abbia effetto catartico sull’essere in questione, sia in senso generale che specifico. La seconda nascita è sinonimo d’ogni percorso iniziatico in senso pregnante che giunga felicemente alla propria conclusione; nella dimensione indoaria (ovviamente non primigenia, ‘chè l’aspetto ri-generativo sarebbe superfluo in condizione di completa consapevolezza) possiamo parlare, a tal riguardo, d’una terza nascita, essendo la seconda coincidente con la consacrazione d’un figlio al Nume Sacro della razza, al Genio della Stirpe: a quelle forze di carattere spirituale che sanciscono e determinano il contatto delle genti Ariane con il principio d’ordine superiore; in tale contesto, la riconnessione aveva già di per sé un effetto catartico, pur se ancora non determinante la completa consapevolezza, conseguendo questa al superamento della “morte iniziatica”. In contrapposizione, i rituali di tipo “consacratorio” in voga oggi, visto il distacco della “razza” (ammesso che tale termine possa ancor essere utilizzato) dai principî d’ordine metafisico, ben lungi dal determinare una ri-connessione interna a valle del trauma natale, imbrigliano il nato all’effetto trainante verso il basso ch’è tipico dell’ente collettivo desacralizzato: dove dunque il Sangue possa manifestarsi in un supporto fisico determinante un organismo sacrale vivente ed articolato in armonia con le leggi che regolano la manifestazione in particolare ricalcando quella gerarchia ontologica che della manifestazione è cardine – l’uomo che ne è portatore è automaticamente riconnesso, funzionalmente, alla linea del destino della Stirpe e della Razza in cui Essa è venuta ad incarnarsi, in caso contrario (vedi l’esempio dell’oggi) si ha una ulteriore, immediata caduta dell’uomo in questione: volendo procedere in direzione ri-generativa, il presupposto è nel rescindere il legame con l’ente collettivo nel cui ambito il soggetto s’è trovato a nascere ribadendo che, in un universo causale nulla è dovuto al caso, meno che mai l’evento cardine per eccellenza nel percorso d’un Essere Umano (e non basta aver due braccia e due zampe per esser tale): la nascita terrena.

Questa de-connessione con l’ente collettivo, pur se ricoprente visti i tempi un carattere bene o male d’eccezionalità, è e non può essere altro che un presupposto, una base di partenza verso la vera operatività: in pratica, la rimozione di un blocco interno, tanto più efficace in quanto inconsapevole ed agente su d’un livello che, ineluttabilmente, deve essere attraversato in ogni percorso dall’alto o verso l’alto, (v. cit. M. Scaligero su M.M. n. 3 “editoriale”) L’operatività susseguente è oggetto d’innumere saggistica, antica e moderna, ma soprattutto d’azione: pena il divenire, il tutto, una perenne masturbazione mentale. Evola sintetizza mirabilmente una delle Vie con il suo “usar la mente contro la mente, concetto che aleggia operativamente in uno scritto d’Abraxa su “Ur” (“Conoscen-za delle acque”). Forse non è sbagliato spendere qualche parola su questo punto. In noi è una dimensione che sa, mentre l’io cosciente è ignaro. Una dimensione che può, ove la natura sia adatta e le circostanze favorevoli, porci in situazioni di cui è possibile un uso catartico (fermo restando che, dette situazioni, sono usualmente determinate nel corso del tempo, in modo parimenti inconsapevole, da parte del soggetto): in tali circostanze l’unica guida acconcia è la voce interiore, cui la mente, su base intuitiva, deve riconoscere autorità, contro la propria stessa razionalità, contro l’insieme dell’esperienza cosciente e della propria natura recalcitrante. È, operativamente, un’alcunché d’impossibile senza una previa purificazione. È indubbiamente una via “regale”, non adatta a tutte le nature. Più morbida è una via essenzialmente rituale, che presuppone però la presenza d’un vero Maestro che, attraverso d’essa, operi la giusta trasmissione. Ancora, nel dominio dell’”umido”, v’è tutta l’operatività interna ed esterna di tipo “correttivo” che tende a sfrondare la personalità mentale-emotiva di tutte le sovrastrutture inquinanti e devianti dovute al clima in cui l’uomo contemporaneo è immerso e che causa oltre ad una crassa e pressoché totale ignoranza verso la propria vera Natura ed i suoi meccanismi – un lievitare continuo e tirannico della propria componente “Natura”, “Foemina” impedendogli non solo l’uso trainante ed illuminante d’un principio intellettivo d’ordine superiore, ma anche la semplice consapevolezza della possibilità d’esistenza d’un tale Principio.

É un cammino lungo, faticoso, denso d’illusioni, che solo sulla base d’una vera volontà può essere percorso, con l’immancabile aiuto del proprio Genio l’unica vera guida che un Uomo possa avere in dominî in cui la mente sola non può che perdersi; è una voce profonda ed a-razionale che va enucleata nella propria coscienza e la via è la purificazione ovvero la eliminazione sistematica di ogni elemento spurio presente in noi non riconducibile insomma alla vera essenza ed alla vera sostanza del nostro Essere, nonché un’armonizzazione degli elementi che ci compongono in base al loro rango ontologico: il più prezioso al centro, a dominare, il resto a ruotarvi intorno, a svolgere la propria funzione… Come i pianeti intorno al Sole. L’Armonia è legge universale ogni cosa vi s’inchina. L’uomo n’ha perso la consapevolezza ed il sentore: è legge che li riconquisti, cosi com’è legge di natura che, con l’abbassarsi dei tempi, solo i più adatti possan via via riuscirvi. Mettersi alla prova.

“Quando l’io si trova semplicemente aggiunto o congiunto con il proprio corpo. è quasi questo corpo a generarlo, a formarlo, a dargli il senso distinto di sé così esso si regge o cade col reggersi o cadere dello stesso organismo – di un particolare, determinato, inconvertibile organismo. Ma quando il centro dal corpo viene spostato nella forza di vita la quale non è il corpo ma produce, forma e sostiene il corpo – allora le cose cambiano completamente: questa forza di vita in se stessa non si esaurisce in ciò che anima… e colui che si è portato in questa forza, a cui la coscienza comune è del tutto esteriore, è natura che ben poco possa venire colpita dal disfarsi e perire del suo corpo. Egli non è più toccato dalla morte… Ciò, quanto alla relazione fra ri-generazione ed immortalità (J. Evola, “La Tradizione Ermetica”, Roma 1971-pgg. 178/179).

È qui opportuno richiamare alla mente un esempio del complesso apparato simbolico relativo all’argomento in esame senza andar troppo lontano, citeremo l’episodio leggendario di Numa che, Re per Natura, onde conquistare operativamente la relativa Dignitas, deve affrontare Diana nuda nel di lei bosco sacro, e possederla. La simbologia è palese la Diana nuda è la Natura nella sua totalità; il compito di Numa è quello di totalmente conoscere e totalmente possedere la propria Natura, cosa possibile solo donando lo scettro di sé al principio Spirituale che lo ha plasmato e lo anima. Solo cosi, ponendosi al di là della dimensione “umana”, egli sarà in grado d’incarnare l’Armonia e la Giustizia, nel totale distacco interiore dall’elemento “tamas”, “terra”, che solo allora perderà il potere d’influire sull’esercizio della sua funzione. Tale è la caratteristica del Re, simbolicamente col decader dei tempi definita “diritto divino”. Ancora, ricordiamo che Diana Aricina è colei che dispensa la regalità (per l’analisi in tal senso, v. la nota al mese d’agosto sul “Calendario Romano” curato dalla ns. Redazione per il c.a.) e che Numa ha, quale consigliera e sposa la Ninfa Egeria, ipostasi della stessa Diana Aricina; nonché l’etimologia del suo nome, palesemente collegato all’”Egerere”: partorire, con evidente collegamento alla seconda nascita. Abbiamo preferito citare quanto sopra anche per buon uso di coloro che insistono a veder Roma come lontana da ogni dimensione Misterica.

Ricordiamo, in ultimo, che la necessità della ri-generazione è esigenza indispensabile in ogni dominio della manifestazione, imperniata sul tempo ciclico: è la necessità in tal senso alla base di tutti i rituali indoarî d’inizio d’anno.

Traendo le somme, presupposto imprescindibile è il solito mettersi davanti allo specchio ed interrogarsi, senza concedere nulla al marasma mentale ed emotivo: vedere se davvero si vuole (non: “si desidera”), quanto si è disposti a volere, quanto si sia disposti a veder la propria vita pian piano rivoluzionarsi, il mondo divenir diverso dal consueto; allora e solo allora lo slancio verso una via di rigenerazione potrà divenir realtà vivente anzichè passatempo od inconcludente fuga esotica.

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