Il Grande Rito della Disperazione sovrumanista.
“Nullus locus sine genio, sive mas sive foemina”.
“Nessun luogo è senza un genio, che sia maschio o che sia femmina” – (Servio).
L’uomo superiore, ad esempio il Vir romano, consapevole della propria origine divina e stellare, del proprio quid sottile, onora il rapporto col mondo non manifesto dal quale proviene, interagendo con gli spiriti invisibili (Dei, Geni, Demoni, Mani, Lari, Lasi, Penati, Compitali). Solo così può dirsi Vir, differenziandosi dall’homo, che in buona sostanza indica un semplice dato biologico.
Può sembrare drastico, perentorio e brutale, ma un uomo senza i riti che gli consentono il collegamento col sovramondo, non potrà mai essere, in ossequio alla sua natura profonda e complessa, un Vir, un uomo compiuto. E la stessa condizione è valida per le famiglie, i popoli, gli Stati.
“La rovina degli Stati, la distruzione delle famiglie, e l’annientamento dei singoli sono stati sempre preceduti dall’abbandono dei riti… Essi forniscono i canali attraverso i quali noi possiamo cogliere le vie del cielo”.
(Atharva-Veda, XII, 1,1).
Secondo la Tradizione indo-aria, insieme a “verità, ordine, ascesi”, le formule e i sacrifici rituali sono i sostegni delle organizzazioni umane.
Il superuomo quindi, letteralmente e non nelle suggestioni ideologiche, non è l’uomo che deve provvedere all’intero orizzonte dell’esistenza, basandosi sul presupposto indimostrato che gli Dei siano morti o scomparsi, ma l’uomo che, semmai, riprende il contatto con essi interrotto da secoli di oppressione psichica di origine abramitica, alla quale si aggiunsero successivamente i deliri materialisti e positivisti più recenti, figli ed agenti dello stesso ente.
L’ipotesi sovrumanista relativa alla “morte di Dio” o “degli Dei” (le due formule convivono nel variegato mondo prometeico-transumanista) è un postulato manchevole dei minimi requisiti di conoscenza necessari ad affermare qualcosa di così grave e profondo (e fantasioso).
Chi può determinare con certezza la “morte” delle forze invisibili? Verrebbe da dire che può farlo chi, al contempo, può garantire che esse esistono.
Un sacerdote quindi o forse basta un teologo. Potrebbe essere un filosofo ma, come sappiamo, tertium non datur.
La religione non è una filosofia in senso moderno, una teoria costruita nel tempo e nella mente. E’ qualcosa che affonda le sue radici nella notte dei tempi ed ha valenze che vanno oltre l’idea e la parola.
Quindi, chi possiederebbe la conoscenza necessaria per stabilire che il rapporto tra Uomini e Dei si è interrotto? E tale interruzione vale anche per ogni altra forma di esistenza invisibile, inclusi gli spiriti degli Antenati, dei Genī, dei Mani ed ogni altra entità abitatrice del mondo etereo, al di là degli Dei?
E, cosa più importante, questo assunto vale per ogni popolo della terra, ovvero è così in ogni angolo del mondo? E tutti insieme, allo stesso istante, spiriti elementali, Geni, Demoni e Dei, si sarebbero ritirati, o morti o non sapremmo cos’altro, per lasciare tutti gli esseri umani della terra al loro destino?
Questo sarebbe il presupposto pseudo-eroico, indimostrato e fantasioso, dell’ ideologia superomista.
Potremmo dire, utilizzando l’ambientazione nietzschiana, che nel mercato delle idee filosofiche, intese come ideologie, incluso il sovrumanismo, nessuno crede agli Dei, alla stregua del mercato di Zarathustra: ” O voi uomini superiori, questo imparate da me: sul mercato non è chi creda negli uomini superiori”.
Ma, come sappiamo, “la via dello spirito è tale, che essa non esiste per chi non vuole camminare”.
E’ evidente che il limite di Nietzsche, Faye, Locchi e tutti gli altri autori che contribuiscono all’ideologia sovrumanista è dato dalla mancanza di conoscenza superiore, cosa che ha impedito loro di andare oltre il proprio cervello ed ogni altra esperienza o intuizione del mondo razionale. Per essi, gli Dei non esistono, ma non potendo contraddire tutto l’impianto identitario sacro-tradizionale dei popoli indoeuropei al quale fanno riferimento, non dichiarano che non sono mai esistiti, ma che sono morti, o si sono ritirati, occultati, chissà se per sempre o solo temporaneamente.
Ma un uomo senza Dei non è un uomo superiore e se si dichiara tale è solo perché è un uomo triste, spaventato, che tenta di ribaltare la situazione senza accorgersi che sta usando il linguaggio e le strategie del nemico. Lo stesso nemico che ha spento i suoi fuochi, interrompendo il legame con le forze sovransensibili.
Lo stesso nemico che attraverso le forme di obnubilamento psichico ha distrutto le civiltà tradizionali e relegato nel mondo occulto la sapienza antica.
I sovrumanisti dovrebbero riflettere sul fatto che ogni civiltà, ed ogni altra forma di eggregore, ogni pensiero attivo che poi si trasforma in realtà, si nutre non solo della “volontà”, ma anche del rapporto con entità che fortificano coloro i quali fanno parte di tale raggrupamento psichico-ideale.
Sono gli etnarchi, i guardiani (εγρῄγοροι), “coloro che vegliano”.
Patrimonio, alleati attivi, di ogni popolo, etnia, nazione, visione del mondo.
Postulare la scomparsa, la morte, l’assenza di forze invisibili, mentre la realtà che ci circonda dimostra, al contrario, la pressante azione di forme pensiero coadiuvate da forze sottili, di segno chiaramente distruttivo, corrisponde ad una resa, e l’uomo che “centra” la propria azione in questi limiti, pur aspirando alla dimensione piuttosto fantasiosa di superuomo finisce per vivere da mezzuomo.
In pratica, così facendo, si dedice unilateralmente di rinunciare alle armi e di combattere con le sole mani, mentre il nostro nemico continua a dotarsi di un sempre più vasto patrimonio energetico invisibile, che nel precipitato reale, nella sua attuazione orizzontale, finisce per spazzar via coloro i quali hanno abbandonato le Vie del Cielo.
Il degrado morale e spirituale dell’uomo della nostra epoca, è segnato non dalla volontà degli Dei di assentarsi, ma dall’azione di forze demoniche (non parliamo del diavolo cristiano) attive, attivissime, presenti, fameliche, e se Nietzsche, Colli e Faye non se ne sono accorti per mancanza di conoscenza superiore, della quale non v’è traccia nelle loro pur apprezzabili opere, ebbene questo non è un buon motivo per posizionare tutta l’analisi esattamente nel posto indicato dal nemico, dai suoi agenti distruttori, dalla sua ipnosi cantilenante, all’interno della quale, tra le altre, parla di Dei morti e lontani dagli uomini.
In questo senso non c’è niente di più moderno, inteso alla maniera evoliana, di un’ideologia priva di presupposti sacri, ed il limite sul quale essa si basa non è certamente quello mitico, ché il mito è tutt’uno col sacro, ma piuttosto una fantasia, un’idea e nient’altro, ancorché basata su presupposti arcaici ed identitari molto suggestivi.

