di Marmar su Mos Maiorum

Innanzitutto va ricordato che l’Iniziato, ovviamente, può compiere atti sacerdotali, essendo al di là del livello funzionale richiesto – fermo restando che, in tal senso, come che sia si limita.

In secondo luogo, la cosiddetta “attitudine ieratica”, ben lungi dall’esser rappresentata da una serie d’atteggiamenti e/o comportamenti, è stato interno, atto a far si che valenze profonde dell’officiante possano adempiere all’atto. Se per l’Essere Umano in senso pregnante l’atto sacro è del tutto naturale, va considerato che l’uomo contemporaneo è tale a seguito d’una spezzatura interna e che il conseguito stile di vita, nell’attitudine verso sé stesso ed il mondo, ne ha causato l’atrofia funzionale di quegli organi sottili che, soli, possono consentirgli la riconquista dell’attitudine ieratica. È, dunque, per l’uomo contemporaneo, un livello di vera e propria “iniziazione” ad esser necessario, anche se nella natura dello stesso s’è lontani dalla dimensione misterica in senso stretto. Si tratta d’un tirocinio tendente a far sì che l’uomo sposti il proprio punto d’attenzione dall’esterno all’interno di se stesso, un affrontarsi, un conoscersi ed un dominarsi perlomeno nei limiti del “funzionamento”: il che significa un riattivare i canali sottili ed i corrispondenti organi atrofizzati, un risvegliare in sè sensibilità assopite, sensitività depauperate e lasciate a livello spontaneo anziché volitivo e, soprattutto, un “intuito” del sangue che solo con il decongestionamento del “mentale” ed un minimo di ristrutturazione interna sulla base della “gerarchia ontologica” può essere risvegliato. Difficile, certo: ma tutt’altro che impossibile. È necessario utilizzare una vera volontà, lontano da velleitarismi e, soprattutto, presunzioni.

Plutarco ci ricorda che non è il Sacerdote a compiere il Rito, bensì il suo Genio: il che significa che, per fare i Sacerdoti, occorre innanzitutto avere un Genio personale (non necessariamente, in senso generale: ma si tratta di casi particolari e che richiedono, comunque, l’esistenza d’una cerchia fruente d’una riconnessione sacrale
vera-nell’oggi, sulla “verticale”, come ci ammonisce Evola), dopodicché la capacità interna di lasciarlo operare. La conoscenza “tecnica” viene per ultima, ed è il meno, visto e considerato, poi, che anche in epoche più sane occorreva comunque effettuare un “tirocinio”, onde mettere alla prova la propria Natura (non tutte son adatte all’uopo) nonché affinare le capacità con l’unico banco di prova adatto: la pratica – ferma restando la preparazione di cui sopra, sempre più necessaria con l’abbassarsi dei tempi, oggi indispensabile. Molte sono le valutazioni che, a questo punto possono farsi: si può essere “utilizzati” da un Maestro per motivi funzionali – e son pressocché gli unici, in fin dei conti, per cui ancor oggi un Maestro lo si possa incontrare. Se, con il tempo e l’azione, si mostra una vocazione, si va oltre, altrimenti, esauritasi la fase funzionale, si ritorna nei ranghi, pian piano dimenticando la sostanza del trascorso, sempre più relegato nel fumo d’una dimensione animica. Oppure imbattersi (il caso non esiste, anche se, spesso, ignoriamo i veri meccanismi di ciò che ci capita) in qualcosa o qualcuno che, giungendo al momento adatto, evoca in noi la volontà verso un’opera d’ascesi – ricordando che, con questo termine, s’intende una via di costruzione o ricostruzione interiore che nulla ha a che vedere con le attitudini veicolate dalle mode degli ultimi secoli da compiersi seriamente, serenamente, implacabilmente senza desideri né aspettative – causa e compenso a se stessa: se ben condotta ed in presenza d’una natura adatta, può anche darsi che il risultato possa poi sfociare in una via rituale: tenendo sempre ben presente che RITO significa ORDINE e che l’ordine in questione è quello cosmico; non si può influire od operare su questo come se si trattasse d’affrontare un torneo di briscola, a meno d’esser completamente scemi, incoscienti od accecati da una presunzione abissale (pre-sumere: arrogarsi una qualità prima ancora di possederla) oppure tutt’e tre le cose insieme, il che ben s’attaglia alla “forma mentis” del-l’uomo contemporaneo.

V’è anche il caso dell'”Ubi Major Minor Cessat”, ma si tratta di cose talmente eccezionali da non valer nemmeno la pena di pensarci, fermo restando che, per trovarsi in una simile contingenza, non si è certo delle persone “comuni”: un qualcosa deve risvegliarsi, per cause oggettive, nel giusto contesto ed al momento giusto il che significa che non possono essere che le persone più adatte ad attivarsi, come che sia. Ancora, il mondo della Magia è il mondo del “Più che Normale” e che una realtà perlomeno assimilabile al “normale” deve esistere come base la via suddetta non può essere intrapresa come desiderio di compensazione per una realtà “profana” del tutto carente od insoddisfacente: Siddharta ha potuto rinunciare alla ricchezza perchè era ricco, ha potuto rinunciare ai benefici mondani della sua Casta perché era un principe; ha potuto rinunciare alla “via guerriera” in senso stretto (e specifico “stretto” perché proprio sulla via della Magia non si può muovere un solo passo se, dei Guerrieri, non s’ha la Natura) perché era uno Ksha-triya, e via di seguito. Un banalissimo Travet, maltrattato dal capufficio, dalla moglie e dalla suocera, oberato dai debiti e dalle frustrazioni farebbe solo pena se pretendesse di far a meno di tanti valori “mondani” in funzione d’un superiore afflato esistenziale: soprattutto considerando che tutto quanto ventilato in queste righe può esser soltanto una delle innumerevoli forme della necessità di “mettersi in linea”. Ferme restando determinate necessità contingenti legate all’instaurarsi di stati interni necessari per l’operatività resta valida la splendida massima Evoliana: “Ti sia lecito fare tutto ciò da cui, volendo, saí di poterti astenere”. Ma deve essere vero. Mettersi alla prova…

Se sei un fallito nella vita sei un fallito pure nella Magia, fermo restando che il senso del “fallimento” deve essere ontologico e non legato al “sentire comune” (appunto) legato alla trivialità d’un epoca in cui c’è da mettersi a fare il Diogene per trovare qualcosa di Normale: di fronte alla figura di certi “uomini di successo” c’è di che farsi venir la voglia d’intraprender la carriera degli Zingari – almeno, una loro forma di dignità gli Zingari la possiedono.

Scoraggiante, vero? Ma se non fosse così sarebbe criminale. Impara a metterti in riga: se sei alcoolizzato non bere, se sei un maniaco sessuale, fai un anno di castità, se sei tronfio come un ranocchio, impara l’arte dell’umiltà – cioè la coscienza dei tuoi limiti, veri: impara a specchiarti nello strumento acconcio, anziché negli sguardi di gente simile a te che, di te, ammira solo la capacità di mostrarti per quello che non sei, sperando di poter fare altrettanto e meglio, se ti manca una donna, trovatela: chissà che, giungendo in una certa fase, non sia quella giusta e che, insieme, non possiate cominciare a percorrere quei sentieri che sono preclusi ai velleitari – perchè il mondo del Sacro è il mondo della REALTA, non dei buffoni.

Ancora qualche considerazione: se non è per motivi frivoli che ti senti attratto verso detti domini, ricorda che il “mondo moderno” ne è la negazione oggettiva. Comincia col guardare in cosa e quanto il suddetto abbia presa in te prim’ancora che su di te come attitudine mentale, come attitudine interna indotta, come schemi comportamentali, quali possano esserne le cause specifiche, cominciamo con lo scoprire cosa abbiamo dentro e perchè facciamo quel che facciamo. Il perché VERO.

Possiam fare tutte le preghiere che vogliamo anche se fatte nel modo giusto, gli Dei non possono che recepire l’intento reale, ovvero qualcosa di molto più profondo del “pensiero”, del desiderio, solo la vera richiesta può esser soddisfatta, anche se, d’essa, siamo inconsapevoli – “Tu sei dove il tuo cuore è”.

In genere, l’approccio è funzionale: contro qualcosa, per qualcos’altro, anche se non vediamo più al di là di tanto, anche se più di tanto non comprendiamo, qualcosa in noi ci sospinge in modo ineluttabile, qualcosa di arazionale (non “irrazionale”), di irrenunciabile, capace d’indirizzare l’intera nostra esistenza… E allora può avvenire l’incontro che può anche esser una trappola. La realtà d’un alcunché si riconosce dalla direzione verso cui imprime il proprio moto, l’orizzonte verso cui si dirige. Non dimenticare che viviamo nel mondo e che il mondo è denso d’Enti operanti, ciascuno col suo moto ineluttabile: lo scopo ed il metodo ci dicono dell’appartenenza a questa o quella parte della barricata. Ricorda che ogni identificazione, ogni compartecipazione emotiva creano canali, veri e propri cordoni ombelicali attraverso cui l’energia può disperdersi, a vantaggio di azioni che non sono né potranno mai essere nostre; ricorda che non si tratta di riedificare un passato più o meno lontano, ma di desumere dalla sua Sapienza le armi necessarie all’edificazione del futuro, a immagine e somiglianza del più profondo e nobile in noi null’altro vale la pena. Non dimenticare che i mondi che, con la loro eco, ancora sono in grado d’evocare una vibrazione nel nostro Sangue, son stati ferocemente combattuti, sovrapposizioni operative son state effettuate, molti sacri nomi degli Dei viventi sono stati uccisi e ad essi solo più l’ombra echeggia: sii ben certo di ciò che fai o di chỉ con te vuol agire, di chi un’azione t’addita. Non c’è niente di peggio del darsi da fare, per poi scoprire d’aver lavorato per la concorrenza: agendo sulla via dell’Arte s’evocano energie nobili, di cui il mondo attuale è affamato, per le quali non v’è trucco che non venga tentato, pochi son in grado d’agire proficuamente in tal senso, il mondo anela ad usarli.

Gli Dei siano con te.

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