“La qualità più grande? Verità. L’uomo che mente assassina una parte del mondo”.
Non esiste una “religione di Stato romana” nell’epoca attuale.
Ciò che esiste oggi sono varie forme private di culti romano-italici, che vanno dalle pratiche familiari a gruppi comunitari, associazioni e sodalizi. Nessuna istituzione contemporanea riconosce un “Pontifex Maximus”, titolo che apparteneva a un antico ufficio religioso statale, poiché oggi non esiste una religione sanzionata dallo Stato.
Questo chiarimento non mette in discussione la legittimità – di per sé – di alcun gruppo moderno né delle loro strutture sacerdotali interne; si limita a enunciare la distinzione fattuale tra l’antica religione di Stato e le attuali associazioni religiose private. È una distinzione necessaria per evitare sovrapposizioni concettuali tra modelli religiosi e istituzionali profondamente diversi, sia sul piano storico sia su quello giuridico.
Da una prospettiva propriamente romana (nell’ambito di ciò che la civiltà e lo stato romano sono stati storicamente), è inoltre essenziale precisare che lo Stato moderno, in quanto laico e aconfessionale, non possiede la legittimità religiosa per conferire validità a una carica sacra romano-italica.
La religione romana non riconosce autorità sacrali a istituzioni che non siano fondate sul principio della pax deorum hominumque, sulla sacralità della politica e delle istituzioni, e sulla tutela della salus publica attraverso un culto civico statale.
Per assurdo (o forse no?), un autentico culto di Stato romano potrebbe affermarsi solo nel caso in cui un altro Stato, strutturato secondo questi presupposti religiosi e sacrali, si imponesse storicamente e politicamente — anche attraverso la conquista — su uno Stato moderno, sostituendone l’ordine istituzionale. Al di fuori di un simile scenario, ogni riconoscimento statale di cariche religiose romano-italiche resta, dal punto di vista romano, privo di fondamento.
Nell’antica Roma, infatti, il Pontifex Maximus non era un capo religioso nel senso moderno, ma il massimo garante dell’ordine sacro dello Stato. Il suo compito principale consisteva nel custodire e interpretare il ius sacrum, ovvero l’insieme delle norme rituali che regolavano il corretto rapporto tra la comunità civica e gli dèi. Non guidava una fede personale né una comunità di credenti, ma vigilava sull’ortoprassi: il rispetto rigoroso dei riti, dei calendari sacri e delle prescrizioni tradizionali.
I pontefici, riuniti nel Collegium Pontificum, formavano un collegio sacerdotale con funzioni giuridiche e rituali. Essi stabilivano i giorni fasti e nefasti, supervisionavano i sacrifici pubblici, conservavano le formule rituali e garantivano la continuità della tradizione religiosa romana. Il Pontifex Maximus, in quanto primus inter pares, coordinava il collegio senza esercitare un’autorità dogmatica o rivelata.
Collegi di pontifices non erano presenti solo a Roma: strutture analoghe esistevano anche nei municipia, presso i socii e nelle colonie, dove assicuravano il corretto svolgimento del culto pubblico locale in armonia con la tradizione religiosa romana.
Parallelamente, nei collegi di culto privato la funzione pontificale era esercitata dal primus inter pares del collegio, mentre in ambito domestico essa spettava al pater familias, responsabile dei riti familiari, del culto degli antenati e della trasmissione della tradizione sacra.
A partire dalla tarda Repubblica, la carica di Pontifex Maximus acquisì una crescente rilevanza politica. Giulio Cesare fu eletto pontefice massimo nel 63 a.C., e con Augusto, nel 12 a.C., la carica venne stabilmente associata alla figura dell’imperatore. Da quel momento, gli imperatori romani detennero il titolo come parte integrante delle loro funzioni pubbliche, in quanto garanti supremi della pax deorum e della salus publica, non come capi di una chiesa o di una comunità di fedeli.
È su questo punto che emerge con chiarezza la differenza radicale rispetto al Papa cristiano. Il Papa è il capo di una religione fondata su una rivelazione, su un credo teologico e su una missione universale di salvezza. La sua autorità è di natura spirituale e dottrinale e si esercita su una comunità di fedeli che trascende lo Stato e l’appartenenza civica.
Il Pontifex Maximus romano, al contrario, non rappresentava una verità di fede né un’autorità morale universale: era il custode dell’equilibrio tra dèi e uomini, della pax deorum hominumque, finalizzata alla prosperità e alla sicurezza della comunità politica. La sua funzione aveva senso solo all’interno di uno Stato fondato su una religione civica statale.
Per questo motivo, nello scenario contemporaneo, lo Stato italiano, in quanto laico e aconfessionale, non può riconoscere né istituire una figura di Pontefice Massimo senza contraddirne radicalmente la natura. Ogni eventuale uso moderno di tale titolo si colloca esclusivamente nell’ambito privato, associativo o “simbolico” (come se vi fosse bisogno di creare ulteriore confusione!), e non può essere confuso con l’antico ufficio pubblico romano.
Riconoscere questa distinzione non significa negare valore alle esperienze religiose contemporanee di ispirazione romano-italica, ma collocarle correttamente nel loro orizzonte storico, giuridico e religioso, evitando anacronismi e indebite sovrapposizioni tra il mondo antico e il presente.
In questa simbolica data di passaggio, invochiamo chiarezza e rinnovamento: ritorniamo pontefici delle nostre vite, tracciando il Ponte che collega il Cielo degli Dei e dell’Avo primordiale alla Terra e portiamo ordine, bellezza, drittura, luce a noi, alle nostre famiglie e comunità. Solo a uomini rinnovati e riconnessi alle dimore celesti, retti, padroni di Sé, Roma si manifesterà nuovamente, rinnovata e invincibile.
R.R.R.

